Presentazione Cuzziol GrandiVini a Milano

Lunedì 20 gennaio, ci sarà a Milano, all'hotel Gallia, la presentazione del catalogo del nostro distributore per l'Italia, Cuzziol GrandiVini. Ci sarà anche Michele, che vi racconterà della nostra produzione artigianale e sostenibile e vi farà degustare i nostri vini.

Ricordo che è un evento dedicato ai clienti professionali. L'accesso è previo accredito. Nel caso, chiamateci o scriveteci (tel. 0565 763238; info@guadoalmelo.it ).

Ecco le aziende in degustazione.

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Vi aspettiamo!


Antica Roma: una vigna persa nella traduzione

“Da dove potremmo meglio cominciare se non dalla vite, rispetto alla quale l’Italia ha una supremazia così incontestata, da dar l’impressione di aver superato, con questa sola risorsa, le ricchezze di ogni altro paese, …?” Plinio

 

Oltre a Plinio, anche Orazio racconta che i Romani consideravano la viticoltura come una delle più grandi risorse economiche della nazione. Catone la pone al primo posto fra le colture per redditività. Non ci stupisce: l’Italia è la terra di elezione della vite e ancora oggi ne ha il primato produttivo.

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L'amore dei Romani per la viticoltura non aveva solo fini economici ma profondi significati culturali. L'agricoltura in generale era considerata l'attività moralmente più degna, espressione dei valori dei padri su cui si fondava la nazione. La triade principale era vite, olivo e grano. La viticoltura era comunque preminente, come dice Orazio: "Non piantare, o Varo, nessun albero prima della sacra vite". Per Cicerone rappresentava anche l'attività ideale a cui dedicarsi una volta lasciati gli affari più mondani, in età matura. Anche Tibullo scrive: "Io stesso da contadino pianterò tenere viti a tempo opportuno...".

Penserete: cosa si può dire della viticoltura romana che non è già stato detto e ridetto?

Sebbene sia stata ben descritta dai Rustici Latini (le nostre fonti: vedi qui), esaminata in lungo ed in largo da studiosi di tutti i secoli, la viticoltura romana è stata spesso travisata, per malintesi linguistici e culturali. Questo fatto ha fatto perdere spesso la percezione di quello che è il suo tratto originario ed assolutamente distintivo: la coltivazione della vite maritata all’albero (o vite alberata) di matrice etrusco-laziale, forma che rimarrà in Italia fino alla prima metà del Novecento. Questa forma di coltivazione è presente anche in altre culture antiche ma in Italia ha rivestito un ruolo particolarmente importante e duraturo per millenni.

La viticoltura a Roma, come per quasi tutti i popoli italici, si perde nella storia. Fin da quando l’uomo ha calpestato le nostre terre, ha da sempre raccolto le uve selvatiche nei nostri boschi mediterranei. A Roma il passaggio verso la viticoltura vera e propria sembra sia avvenuto per influenza etrusca. Sulle origini della viticoltura in Italia ho già parlato in modo più approfondito qui.

La viticoltura originaria romana era quindi la stessa degli Etruschi, un sistema d'allevamento basato sul modo naturale di crescita della vite. Nel bosco infatti essa usa gli alberi come sostegno per raggiungere la luce. In Etruria si utilizzavano soprattutto aceri, a Roma soprattutto olmi. In latino questo sistema di coltivazione era detto arbustum vitatum (vite alberata), col vitatum spesso omesso. Più poeticamente, era usato anche il termine vitis maritae, viti maritate (all'albero). Ho già descritto più in dettaglio questi aspetti qui.

Se vogliamo quindi immaginarci il classico paesaggio agricolo dell’epoca romana, dobbiamo pensare ad una campagna con viti maritate ad alberi disposte a filari o a quinconce (come il numero 5 su un dado), indexcon strisce di terreno intermedie dove si seminava il grano (o altre colture). Naturalmente non mancava l’olivo.Raffaello_Sorbi_-_La_festa_della_vendemmia 1893

Non è un mondo agricolo così distante da noi, anche se oggi dimenticato. Ancora ad inizio Novecento, il vino Chianti era prodotto da un modello di viticoltura molto simile, ben raffigurato in quest'opera di Raffaello Sorbi (1893): vigne con viti maritate (sistema detto in Toscana “testucchio”), alternate a strisce di grano o altre colture, gestite da coloni in mezzadria. Erano identici anche i buoi con la museruola  (la consiglia anche Plinio, poi vedrete).

Solo più tardi Roma ingloberà anche la viticoltura di origine greca, la vigna bassa, con l'alberello senza sostegno o con un sostegno "morto" (il palo), portando poi avanti entrambe.

 

Lost in translation.

Mi rifaccio al titolo di un noto film di diversi anni fa, Lost in traslation (perso nella traduzione), che rende bene l'idea di quello che è successo con la viticoltura dell’antica Roma, spesso travisata per problemi di traduzione o culturali.

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Purtroppo è anche colpa nostra. L'Italia moderna del vino non si è curata molto del suo immenso patrimonio storico-culturale, occupandosene solo in modo superficiale. Spesso la narrazione della storia del vino (compresa la nostra) in epoca moderna, è stata lasciata in mano ad autori estranei alla nostra cultura, che non avevano gli strumenti sufficienti per capirla.

La viticoltura romana è stata quindi spesso identificata solo con la vigna bassa. Studiosi o divulgatori estranei alla cultura italiana e/o senza competenze agrarie approfondite non conoscevano neppure l'esistenza della vite maritata all'albero. Altri  l'hanno considerata assolutamente secondaria, una forma primitiva di scarso interesse, soppiantata presto dalle tecniche di prevenienza greca, considerate più avanzate. Ogni volta che veniva trovato il termine vigna (vinea) negli autori latini, si dava per scontato che ci si riferisse alla vigna bassa. Hugh Johnson, ad esempio, cita l'esistenza della vite alberata ma scrive che "gli autori antichi non ne parlano mai" (sic!).

Il termine latino specifico per la vite alberata, arbustum, è stato ampiamente frainteso, tradotto spesso come bosco. Apollinaire lo traduce come bouquet d’arbre, boschetto, così come diversi autori tedeschi (Jungholz) ed anglosassoni (plantation of trees). Così succedeva che non ci si accorgesse dell’assurdità di far dire a Varrone, per esempio, che da quel “bosco” si producevano certe quantità di vino e di grano!

Della vite alberata non parlano solo gli autori più agrari ma anche i poeti, (cosa che non succede con la vigna bassa). In Catullo, nei Carmina, la vite e l'olmo sono descritti come moglie e marito. Nell'epoca augustea è citata spesso da Virgilio ed Orazio, ma chi ne parla più di tutti è Ovidio, che la usa frequentemente come metafora d'amore negli Amores, nei Fasti, Heroides, Tristia e nelle Metamorfosi, nella storia di Vertumno e Pomona (vedete qui).

Come già accennato in precedenza sull'origine della viticoltura in Italia (qui), solo negli ultimi decenni ci sono stati diversi studi multidisciplinari (fra archeologia, linguistica e viticoltura) che hanno cercato di fare più luce sulle nostre origini viticole. Soprattutto è stato il lavoro di Paolo Bracali dell'Università di Perugia  che ha chiarito il significato dei termini latini legati alla vigna ed il loro cambiamento nel corso della lunga storia romana.

 

Vinea o arbustum?

Catone, il primo dei Rustici Latini, è abbastanza chiaro quando scrive che per realizzare bene una vigna è necessario "che gli alberi siano ben maritati alle vite e che queste siano in numero sufficiente". La vigna, dalle origini ed ancora nella sua epoca, era fatta solo da viti maritate agli alberi. Egli la indica col termine generico vinea o, quando vuole sottolineare la forma di allevamento, quello più specifico di arbustum.

[one_third][info_box title="" image="" animate=""]*Cicerone racconta la storia di Atto Navio, giovane guardiano di porci dalle capacità divinatorie.  Un giorno perse una scrofa in una vigna e fece voto a Giove, se l’avesse ritrovata, di offrirgli il grappolo più grande. Così successe e, per adempiere al voto, suddivise la vigna in diverse parti ed interpretò il volo degli uccelli per ciascuna, secondo gli usi divinatori di derivazione etrusca. Così facendo trovò un grappolo di incredibile grandezza e bellezza, da donare al dio. Il giovane divenne poi l’augure ufficiale del primo re etrusco di Roma, Tarquinio Prisco.

Questo mito è considerato alle origini del rito romano dell’auspicatio vindemiae. Prima della vendemmia il Flamen Dialis, il sommo sacerdote di Giove, offriva al dio un grappolo scelto da una vigna pubblica. Il rito serviva a garantire un buon raccolto e dava l'avvio ufficiale all'epoca della vendemmia. Per questo, il periodo della festa variava ogni anno. [/info_box][/one_third]Fino alla tarda epoca repubblicana quindi, ogni volta che si parla di vinea, ci si riferisce solo alla vite alberata, la forma tradizionale di viticoltura romana. Molti di questi autori non spiegano come è fatta, non hanno intenti agronomici, ma possiamo accorgercene anche da alcuni particolari. Cicerone, ad esempio, racconta un mito in cui un pastore porta dei maiali in una vigna*. Non può essere altro che una vigna alberata, visto che è praticamente impossibile che si portassero a pascolare porci in una vigna bassa con i frutti maturi (se li sarebbero mangiati!).

Fedro, che traduce e riadatta le favole di Esopo nel I secolo a.C., nella famosissima storia della volpe che non riesce a raggiungere l’uva, usa il termine “vinea alta”. Si inizia a intravedere qui un cambiamento. Infatti usa ancora la parola vinea alla maniera antica, ma sente l'esigenza di aggiungervi quell’alta. Forse teme di non essere capito?

Infatti Roma aveva ormai annesso diversi territori che erano state colonie greche, nei quali la vite era coltivata bassa, ad alberello, sostenuta a volte da un palo. Entrò quindi a far parte della cultura romana anche quest'altro sistema di coltivazione. L'esigenza di non confonderli portò ad un cambio linguistico che sembra fissarsi negli ultimi decenni del I sec. a.C.arton152530-3ac1b

Varrone sembra essere il primo ad usare due nomi distinti per indicare i due sistemi di coltivazione. Da lui in poi, nei testi latini, l'arbustum restò ad indicare la vite maritata, mentre vinea divenne il termine preferenziale per la vigna bassa. Il vinetum comprendeva entrambi, così come a volte anche vinea (...tanto per non rendere le cose troppo facili…).

Capite quindi la difficoltà? Era facile per traduttori poco esperti di aspetti viticoli perdersi, soprattutto scambiando l'arbustum per un boschetto, non capendo neppure che si stesse parlando di una vigna.

 

Vigna alta o vigna bassa?

Dalla tarda epoca repubblicana e sopratutto in quella imperiale, quindi, erano presenti entrambe le forme viticole.

In molti testi di storia del vino si trova una suddivisione schematica secondo la quale la vigna bassa era propria delle grandi ville schiaviste, con una produzione intensiva e di maggiore qualità. L’arbustum è relegato a contesti più primitivi o meno specializzati. Si tratta di una interpretazione che sembra rispecchiare però una concezione novecentesca di viticoltura, piuttosto che la comprensione dell'epoca.

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Gli studi degli ultimi decenni, infatti, hanno portato a riconsiderare questo modello. Il concetto di specializzazione e di coltivazione intensiva ai tempi di Roma era differente da quello moderno. L’agricoltura promiscua era comunque prevalente, anche nelle grandi villae. Inoltre, la presenza dell'una o altra forma viticola sembra rispondere più alla tradizione culturale del luogo che alla dimensione aziendale o alla qualità del vino (pur con le dovute eccezioni), così come testimoniato da Virgilio, Plinio il Vecchio e tanti altri.

Ad esempio, Plinio il Giovane (nipote dell'altro Plinio) aveva grandi proprietà nell’alta valle del Tevere, che gli fruttavano ingenti guadagni nella vendita del vino a Roma. Plinio dice che i suoi coloni usavano coltivare “sotto e sopra”, dove per “sopra” s’intende la vite alberata e con “sotto” i cereali, in linea con la tradizione più antica locale. Plinio, parlando della sua attività di avvocato, usa questa metafora agricola che ci testimonia l'agricoltura promiscusa: “Come in agricoltura non curo e coltivo soltanto la vigna bassa (vinea), ma anche quella alberata (arbustum), e non solo la vite alberata ma anche i campi e negli stessi campi non semino soltanto farro o frumento, ma anche orzo, fave e altri legumi, così nella discussione di una causa, spargo ampiamente diversi argomenti, come se seminassi, per raccogliere quello che ne nascerà”.

Poteva quindi esserci una certa variabilità nelle scelte viticole. Tuttavia la prevalenza della tradizione locale è anche dimostrata dal fatto che  le frontiere culturali viticole più antiche sono rimaste più o meno tali e quali, in Italia, fino al Novecento, così come sottolineato da nostri autori Ottocenteschi (come il Manzi) e ripreso più tardi da Emilio Sereni. A grandi linee, l'alberata rimase predominante nell'Italia centrale e settentrionale, dove era arrivata nel passato la tradizione Etrusca (compresi i popoli confinanti influenzati da essa). La vite bassa rimase prevalente nell'Italia del sud e in tutte le zone di antica cultura viticola greca. (vedete qui)

 

Nell'interpretazione moderna, la vite maritata è stata spesso legata alla produzione di un vino di scarsa qualità. I Romani però non la pensavano esattamente così. Plinio il Vecchio testimonia che i vini più rinomati della sua epoca, i famosi vini campani, capaci di lunghissimi invecchiamenti, derivassero proprio da viti maritate.

18Egli è un sostenitore della vite alberata rispetto a quella bassa, così come Columella. Gli autori latini elencano una serie di vantaggi, considerati tali, in diverse parti d'Italia, fino all’inizio del XX secolo. Anche numerose fonti storiche e letterarie successive, dall’editto di Rotari (645 d.C.) fino alle opere ottocentesche, indicano la vite maritata come la più adatta all’economia dell’azienda agricola ed agli interessi del proprietario.

L’uva, tenuta lontana dal suolo, era più protetta dal gelo e dall'umidità. Le fronde dell'albero la preservavano (in parte) da altre avversità, come la grandine. Inoltre, nel passato era considerato un notevole pregio poter sfruttare lo stesso appezzamento di terreno per più usi. Deponeva a favore della vite alberata il fatto di poter coltivare senza problemi, fra i filari, il grano o altre colture. Vi si potevano far pascolare gli animali per buona parte dell’anno, senza rischi per l’uva o i germogli (salvo non vi fossero altre colture in mezzo da proteggere). All'epoca era comune che il proprietario affittasse il pascolo anche a pastori esterni. Nella vigna bassa invece tutto questo era possibile solo nel periodo di riposo della vite. In più, l'alberata permetteva il risparmio di recinzioni e siepi, essendo l’uva più protetta anche dagli animali selvatici. Solo il bestiame di grossa taglia è pericoloso per le vigne alte. Plinio infatti consiglia di mettere la museruola ai buoi quando si ara il terreno.

Quando Catone fa la sua famosa graduatoria delle coltivazioni economicamente più interessanti, ci ricorda che la vite alberata dà doppia redditività. Infatti la mette al primo posto come viticoltura vera e propria, ma la fa tornare anche all’ottavo posto per quanto si ricava dagli alberi di sostegno: le foglie come foraggio, le potature dei rami come legna da ardere, i frutti nel caso si utilizzassero alberi da frutto (Catone cita molto l'uso del fico). Questo passaggio è stato uno di quelli più travisati: la vinea al primo posto era interpretata come vite bassa e l’arbustum, all’ottavo posto, come un boschetto qualsiasi.

Non è che ci fossero solo vantaggi. Gli stessi Romani riconoscevano la difficoltà dei lavori. Plinio racconta che, alle origini, re Numa introdusse l'obbligo di potatura delle viti, ma i Romani non volevano salire sugli alberi, anche molto alti, per paura di cadere. Sembra che da allora s'introdusse l'uso di garantire ai vignaioli, nel contratto di lavoro, anche le spese del funerale. A parte i miti, Columella cita i Saserna, proprietari della Gallia Cisalpina, che giudicavano questo sistema troppo costoso.

Nei secoli successivi (soprattutto nell'Ottocento) continuerà la disputa che dividerà gli esperti fra detrattori e sostenitori. Si riconoscevano diversi aspetti negativi come l'ombreggiatura delle viti, la competizione fra le due specie (nei terreni non abbastanza fertili) con scarsa corposità dei vini, la lentezza a raggiungere la produzione ottimale di uva, i maggiori costi di potatura e vendemmia, l'impossibilità di una pur minima meccanizzazione, ... La grafiosi degli anni '20 del Novecento tolse parecchi indugi all'abbandono di questa forma tradizionale, facendo morire la maggior parte degli olmi. Semplicemente non c'era più spazio per la vite maritata, in un mondo contadino ormai al tramonto.

XsSE5YeVorrei infine ricordare che l'epoca romana, soprattutto nella fase Imperiale, fu caratterizzata da un periodo climatico piuttosto caldo. Anche ora, con i cambiamenti del clima in corso, ci siamo resi conto che bisogna rivedere gli equilibri produttivi di soli venti-trent'anni fa. Non si può escludere a priori che una forma espansa, se ben gestita, nel clima e nel terreno adeguato, non possa comunque produrre vini di buona qualità. Fra l'altro Columella ci testimonia come, all'apice della loro viticoltura, i Romani avessero ben chiaro il concetto del legame fra equilibrio produttivo e qualità del vino (almeno negli ambiti più acculturati), un aspetto che sarà "riscoperto" solo parecchi secoli dopo.

 

La vite maritata in giro per l’Europa (e non solo).
Jules Guyot — Étude du vignoble français 1867
Jules Guyot — Étude du vignoble français, 1867

Della lunga "carriera" della vite maritata all'albero in Italia ho già parlato qui. Uno dei grandi meriti di Roma è di aver diffuso la viticoltura in altre parti d'Europa, tramite i suoi legionari. Anche qui si è dato per scontato che fosse solo la vigna bassa. In realtà portarono anche quella maritata. Di essa si trova infatti traccia nella storia viticola di altri territori europei.

Ricordo anche che altri sistemi di allevamento a vigna alta, con pali o pergolati, furono diffusi sempre dai Romani. Questi sono ancora presenti in molte parti d'Europa.

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Vendemmiatrici a Arles, 1903.

In Francia si trovano diverse tracce dell'antica tradizione dell'alberata. Le vigne alte (in generale) sono dette hautains. Le alberate vere e proprie erano numerose in epoca Medioevale in numerosi territori, ad esempio in Piccardia oppure in Provenza (su alberi di noci). Nel XIV secolo, ci sono documenti che ne dimostrano la diffusione ad Avignone. Olivier de Serres in “Le théâtre d’agriculture et mesnage des champs” ne testimonia ancora la presenza nel XVII secolo, soprattutto nella Brie, Champagne, Borgogna, Berri, Alto Delfinato (su ciliegi), Savoia e nella valle del Rodano. Fino all'inizio del XX secolo si potevano ancora trovare soprattutto nell’Alta Savoia e nella zona dei Pirenei occidentali baschi. Sono sparite del tutto dopo la fillossera.

Nel Portogallo nord-occidentale è rimasta ancora oggi la tradizione della vigna alta, con pali ma a volte ancora l'alberata vera e propria, col nome di viña de enforcato, nella zona di produzione del vinho verde.

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Vendemmia in Portogallo

In Spagna l'alberata non ha lasciato tracce nella tradizione viticolta, anche se sappiamo che vi fu portata dai Romani. In particolare, c'è la testimonianza diretta di Columella, che l'introdusse nelle sue proprietà in Baetica. Sono rimaste solo altre forme di vigna alta in Galizia e nei paesi baschi.

L'impronta culturale antichissima è rimasta almeno in un proverbio molto diffuso, che dice: “no se le pueden pedir peras al olmo”, "non si possono chiedere pere all’olmo", citato anche da Cervantes nel Don Chisciotte. In Portogallo ne esiste uno molto simile: "Não pode o ulmeiro dar peras", "l'olmo non può dare pere". Si usano per esprimere il concetto di non poter chiedere a qualcuno qualcosa che gli è impossibile, ma la maggior parte degli spagnoli e dei portoghesi non sa perchè si dice così. L'origine si trova molto probabilmente nelle Sententiae di Publilio Siro (I sec. a.C.), che scrive: "Pirum, non ulmum accedas, si cupias pira", "non vai dall'olmo ma dal pero, se vuoi le pere". Per gli antichi Romani era più facile capire: l’olmo era il “marito” preferito della vite, per cui non poteva certo dare pere, se mai l'uva.

Se gli spagnoli abbandonarono l'alberata in madre patria, la portarono nel Nuovo Mondo, con altre forme di vigna alta. Avevano bisogno di vino per la Messa, per cui piantavano vigne ovunque andassero. Ci riuscirono anche in Bolivia, nella valle del Cinti, ad un’altitudine di 1900-2550 metri slm, dove era veramente difficile pensare di coltivarci la vite. Eppure risolsero il problema “rispolverando” l’antico sapere romano, con viti maritate ad alberi indigeni, anche altissimi, l'unico modo per preservare germogli ed uva in quel clima così difficile.

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Alberate in Bolivia

Se volete vedere ancora la vite maritata, potete trovarla da noi, a Guado al Melo.

(...continua...)

 

Bibliografia:

Paolo Braconi, "Vinea nostra. La via romana alla viticoltura".

Paolo Braconi, "Catone e la viticoltura intensiva".

Paolo Braconi, "In vineis arbustisque. Il concetto di vigneto in epoca Romana.

Paolo Braconi, "L'albero della vite: riflessioni su un matrimonio interrotto".

P. Fuentes-Utrilla et al., "The historical relationship of elms and vines", Invest. Agrar.: Sist. Recur For (2004) 13 (1), 7-15

Attilio Scienza, "Quando le cattedrali erano bianche", Quaderni monotematici della rivista mantovagricoltura, il Grappello Ruberti nella storia della viticoltura mantovana.

Attilio Scienza et al., Atti del Convegno "Origini della viticoltura", 2010.

Luigi Manzi "La viticoltura e l'enologia presso i Romani", 1883.

Dalmasso e Marescalchi, “Storia della vite e del vino in Italia", 1931-1933-1937.

Emilio Sereni, "Storia del paesaggio agrario italiano", 1961.

Enrico Guagnini, "Il vino nella storia", 1981.

Hugh Johnson, “Il vino, storia, tradizioni, cultura”, 1991.

Valerio Merlo, "Contadini perfetti e cittadini agricoltori nel pensiero antico", Alce Nero.

Roger Dion, "Histoire de la vigne et du vin en France, des origines au XIX siècle", Parigi, 1959.

https://fr.wikipedia.org/wiki/Hautain

 


Buone Feste

Saremo chiusi da domani 21 dicembre a lunedì 6 gennaio compreso.


Guado al Melo News 2019

Come nostra tradizione, ricordiamo il 2019 (che sta finendo) con una piccola pubblicazione.

Parte col momento dell'anno per noi cruciale, la vendemmia, ma poi ripercorre i principali accadimenti e alcune novità per l'anno nuovo.

La citazione di quest'anno è di Edoardo Hughes Galeano, giornalista e scrittore uruguaiano, una delle personalità più auterovoli della cultura latinoamericana contemporanea, deceduto nel 2015. Ci è piaciuta perchè sottolinea, con sottile ironia, cioè che è essenzialmente la funzione del vino da sempre: dare gioia ai nostri giorni, facendoci dimenticare gli affanni della vita, così come l'amore.

Qui lo trovate anche in formato pdf.

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Il gusto del vino al tempo degli antichi romani

Finora ho parlato dell’epoca romana nel nostro territorio (qui e qui), del fatto che vi si producesse vino e che questo avesse una commercializzazione europea.

Com’era però questo vino?
Come possiamo immaginarci oggi il gusto dei vini romani?

Prima di tutto ricordiamoci che il periodo romano fu molto lungo e con grandi cambiamenti sotto tutti gli aspetti. I vini della Roma arcaica erano sicuramente molto simili a quelli dell’antica Grecia e a quelli Etruschi. In quelle epoche remote, le tecniche produttive limitate producevano vini dal gusto “difficile”, il cui consumo richiedeva sempre l’aggiunta di spezie, aromi, miele e quant’altro (vedete qui).

A Roma però vi fu una notevole evoluzione agronomica e tecnica nei secoli, arrivando ad una situazione produttiva ben diversa, che cercheremo di capire.

[one_third][info_box title="I Rustici Latini" image="" animate=""]

Per conoscere la viticoltura e la produzione di vino romano ci sono 5 opere fondamentali, i cui autori erano chiamati in passato i Rustici Latini (rustici in quanto parlano di agricoltura). Si tratta di Catone, Varrone, Columella, Plinio e Palladio, a cui farò riferimento spesso in questi post sul vino ai tempi di Roma antica.

Ciascuna delle loro opere “fotografa” un momento storico diverso della lunga evoluzione dell’agricoltura romana (stiamo parlando, per l’Impero d’Occidente, di circa tredici secoli). Capire una cultura, un’epoca, non può prescindere anche dal suo divenire, come giustamente ha sempre sottolineato Emilio Sereni: il paesaggio agrario non è statico ma estremamente sottoposto ad una viva e perenne elaborazione storica.

Aiuti meno specifici, più sporadici ma non meno interessanti, arrivano da altri autori non di settore. Si tratta di storici, geografi, letterati, ecc., come Strabone, Galeno, Cicerone, Virgilio, Orazio e tanti altri.

Purtroppo sappiamo anche che ci è arrivata solo una parte minima della letteratura antica. Ad esempio Varrone, nell’introduzione al suo De re rustica, elenca cinquanta opere agronomiche in greco a cui lui fa riferimento, ormai perdute.

CatoneIL MANAGER: Catone (Marcus Porcius Cato, detto Censorius, il Censore, Tusculum Lazio 234- Roma 149 a.C.), militare ed uomo politico, scrisse il suo De agri cultura (o De re rustica) in epoca Repubblicana, pubblicato nel 160 a.C. Si tratta di una serie poco strutturata di consigli pratici rivolti al pater familias, il proprietario agricolo, soprattutto per spingerlo a passare da un’agricoltura antica, di sussistenza (o poco più), a quella più redditizia dell’azienda agricola con fini economici. Siamo agli albori dell'allora nascente villa romana. Catone vuole riproporre i valori antichi e pone come modello del vero civis Romanus (il cittadino romano) il "vir bonus colendi peritus", l’uomo onesto e bravo coltivatore, che impugna la spada al momento del bisogno.  Lo stile è scarno, con un latino con diversi arcaismi.

VARROL'INTELLETTUALE: Circa 120 anni dopo, abbiamo la testimonianza di Varrone, Marcus Terentius Varro, uomo politico ed erudito (Rieti, 116 a.C. – Roma, 27 a.C.).  Pubblicò il suo De re rustica nel 32 a.C. È un tempo di crisi per l'agricoltura, che segue il periodo delle guerre civili. Alla sua epoca la villa agricola è ormai evoluta verso forme latifondistiche sempre più grandi, a discapito dei piccoli agricoltori. È anche diventata un luogo di piacere, di raffinato svago e riposo per i ricchi proprietari. L’opera è sotto forma di dialogo fra lo stesso autore, la moglie e degli amici. I destinatari non sono certo i piccoli agricoltori ma i grandi latifondisti, con tante terre e vasti allevamenti, amanti del guadagno e del lusso. Anch'egli vagheggia a proposito del recupero della mos maiorum, i valori dei padri. Con nobile nostalgia, estetizza anche una vita di campagna idealizzata, più semplice ed appagante di quella cittadina, piena di vizio e corruzione.

Lucius_Junius_Moderatus_ColumellaL’AGRONOMO: facciamo un salto di circa 90 anni ed arriviamo al trattato De re rustica di Columella (Lucius Iunius Moderatus Columella, Cadice 4 d.C. - 70 d.C.), tribuno militare e poi agricoltore nelle sue proprietà in Lazio. Fu pubblicato tra il 60 e il 65 d.C., in epoca imperiale. Per la precisione e completezza è considerato il primo vero e proprio trattato agronomico della storia. A differenza di tutti gli altri, emerge il fatto che chi scrive si occupava veramente in prima persona della gestione e dei lavori di un’azienda agricola. In esso troviamo l’apice dell’evoluzione delle tecniche agricole romane, un’opera rimasta insuperata per secoli. È incredibilmente dettagliata e precisa per le pratiche viticole. Per le parti di vinificazione comprende invece consigli più frammentari. Secondo Columella l'agricoltore deve occuparsi personalmente della gestione della sua azienda, formandosi adeguatamente su testi validi. Colpisce, data la mentalità dell'epoca, la sua esortazione a trattare gli schiavi con umanità e famigliarità, consultandoli anche nelle scelte di lavoro.

plinio1L’ENCICLOPEDICO: contemporaneo di Columella, Plinio (Plinio il Vecchio, Gaius Plinius Secundus, Como 23- Stabia 79 d.C.) ha dato un notevole contributo col suo capolavoro Naturalis Historia, scritto nel 73 d.C. Si tratta di un compendio generale e vastissimo sulle conoscenze dell’epoca che spazia dalla geografia, all’antropologia, alla botanica, ecc. A volte però si lascia un po’ prendere la mano dal gusto del fantastico e dell’enfatizzazione. Plinio morì in una delle più grandi catastrofi ricordate nella storia, l’eruzione del Vesuvio del 79. Spinto dalla sua curiosità scientifica di osservare il fenomeno, morì per le esalazioni velenose. La sua opera è importante nell’ambito del vino perché fornisce diverse indicazioni sulla viticoltura e produzione vinicola della sua epoca, l’elenco di moltissime varietà di uve e di vini, oltre che l’accenno alla diffusione della viticoltura in Europa.

mosaico_gallo_romanoIL GENTILUOMO DI CAMPAGNA: facciamo un salto di circa duecento anni ed arriviamo all’ultimo grande autore di agricoltura di epoca latina, nel Tardo Impero (IV secolo d.C.), il Palladio (Rutilius Taurus Aemilianus Palladius). Era un ricco e nobile proprietario terriero, autore dell’Opus agriculturae o De re rustica, che è una sorta di calendario rurale, in cui spiega i lavori agricoli per i diversi periodi dell’anno. In realtà non apporta evoluzioni tecniche che vanno oltre Columella. È molto interessante però la sua testimonianza storica, oltre che da un punto di vista linguistico, con un latino già volgarizzato.

Esistono altri autori classici, come ad esempio Cassiano Basso (le Geoponiche, del VI secolo d.C.) dell’Impero Romano d’Oriente. Sono considerati meno interessanti perché privi di apporti originali. Sono spesso raccolte di citazioni dei precedenti autori. In Occidente, dopo Palladio, ci fu un vuoto di circa otto secoli, fino al primo ed unico testo agronomico medievale considerato rilevante, scritto nel 1304 dal bolognese Pietro De’ Crescenzi (anche lui attinge tanto dai Rustici Latini).

Quello di Columella comunque rimarrà il testo agrario di riferimento per l’Occidente almeno fino al '700.

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the-roman-wine-tasters-1861 Alma Tadema
Alma Tadema "Il degustatore di vino romano", 1861

A differenza degli Etruschi, abbiamo tante testimonianze dirette (si veda il box a lato). Possiamo quindi dire che sappiamo molto sui vini di Roma, ma anche che non sappiamo tutto. Infatti questi scritti sono incredibilmente dettagliati per certi aspetti (si veda ad esempio Columella, con le sue lunghe e minuziosissime descrizioni su come propagare le viti) ma anche incredibilmente lacunosi su altri, soprattutto sulla parte dei lavori di cantina. A proposito delle uve e dei vini, abbiamo poco più che elenchi o suggestioni fugaci.

 

Diversi autori romani inseriscono qua e là l'elogio di un vino pregiato o il disprezzo per uno cattivo, con aggettivi che possono assomigliare a quelli che usiamo oggi, senza però darcene mai una descrizione esaustiva. A seconda dei casi, il sapore del vino è definito austerum, dulce, tenue, pretiosum (usato per vini vellutati, morbidi), solidum o consistens (corposo, strutturato), ardens, indomitus o generosus (per vini con gradazioni alcoliche importanti), fragrans. Si parla anche di vino suave (amabile, serbevole), vetulo (vecchio), fumosus (dal gusto affumicato). I vini effervescenti sono saliens, titillans, spumans, spumescens, resi tali dalla presenza delle bullulae, le bollicine nel tardo latino. Non mancano le critiche per un vino fugens (debole), asperum (acetico), acerbum, agre o acutum (troppo acido), vapidum (svanito), faeculentum (torbido), sordidum (di scarsissima qualità), ecc. Naturalmente c’erano anche all’epoca gli esperti assaggiatori, detti haustores.

Eppure nella nostra testa rimane l'idea dei vini Romani come degli intrugli per noi incomprensibili, aggiunti delle cose più strane. Ne siamo proprio sicuri?

Secondo Plinio i grandi vini si riconoscono proprio dal fatto di essere buoni tal quali. È quindi un peccato guastarli aggiungendovi altro. Viceversa, se il luogo produce vino debole o se le viti sono giovani, consiglia di intervenire in diversi sistemi per migliorare il gusto e prolungare la vita del vino.

Anche Columella dice chiaramente che i vini provenienti dalle uve migliori e dai migliori territori non hanno bisogno di nessun intervento di cantina particolare. Sembra di sentire un vignaiolo artigiano di oggi:

Riterremo ottima qualunque qualità di vino sia in grado di invecchiare senza condimento, ad esso non si deve mescolare alcuna sostanza da cui il sapore naturale possa restare alterato. Le cose migliori sono infatti quelle che possono piacere per le proprie caratteristiche intrinseche”.
Vaso blu (MANN, I sec. d.C.) Pompei museo archeologico di Napoli
Vaso da vino ritrovato a Pompei (I sec. d.C.), Museo Archeologico di Napoli.

Columella però ci fa un “dispetto”: non ci spiega per filo e per segno come erano le vinificazioni dei grandi vini, quelli che non avevano bisogno di nessuna sofisticazione. Soprattutto le macerazioni sono un grande mistero. Dagli altri autori possiamo aspettarcelo, ma non da lui.

Forse è come un grande cuoco, che non pensa di scrivere tutti i passaggi delle sue ricette perché dà per scontata la loro conoscenza da parte dei lettori. O forse è più minuzioso nel descrivere la viticoltura perchè la conosce meglio,  mentre sulla vinificazione riporta (più sinteticamente) l'esperienza di altri. Oppure semplicemente non attribuisce particolare importanza a questi passaggi. Non lo sapremo mai. Come Plinio, si sofferma a lungo solo sui consigli per la manipolazione e le conce dei vini meno pregiati.

Comunque, tutti i testi antichi fanno trasparire due tipologie di vini ben distinte, comune a tante epoche: quelli di alto pregio e quelli di basso livello.

Quelli di alto pregio e di alto prezzo sono descritti come vini molto piacevoli e ricercati, capaci di lunghissimi invecchiamenti.

Provenivano principalmente dalle tenute delle famiglie patrizie romane, situate fuori Roma o, soprattutto, nell’area dell’alta Campania. Questo è un elemento tipico della produzione viti-vinicola di tutti i tempi, compresi i nostri: i migliori vini non sono solo quelli più buoni, ma quelli che arrivano da produttori o zone produttive che riescono ad imporsi per motivi di potere e ricchezza, oltre che geografici. Non si può negare che nel passato spesso le tecniche produttive migliori erano esclusiva di chi, grazie alla propria posizione sociale, aveva un’istruzione più elevata e la possibilità di comperare le migliori tecnologie dell'epoca. Oggi le maggiori capacità economiche permettono essenzialmente un marketing molto più efficace, precluso alle aziende più piccole o comunque meno ricche e strutturate.

La produzione più vasta riguardava invece vini modesti, di basso pregio e costo. Non erano solo più semplici nel gusto, come succede oggi per i vini più economici. Erano vini che subivano numerose manipolazioni e correzioni in cantina e il cui gusto, comunque non eccelso, era spesso coperto con aromi, spezie, miele o mosto cotto, come nell’epoca arcaica.

 

DhP_r0IX4AAYRNBPartendo da queste fonti per molti versi lacunose, gli storici del vino hanno fatto diverse ipotesi su come potessero essere i vini Romani di pregio. Antonio Saltini li esamina in "Storia delle pratiche di cantina, Enologia antica, enologia moderna, un solo vino o bevande incomparabili?".

Giorgio Gallesio nel 1839 ipotizzava che i vini romani di lusso fossero tutti vini liquorosi, tipo gli attuali vin santi, ma non ci sono evidenze dirette in questo senso.

Hugh Johnson ha scritto (“Il vino, storia, tradizioni, cultura”, 1991) che i vini di pregio romani erano tutti bianchi e dolci, perchè nessun autore ci descrive la fase di macerazione, anzi a volte affermano di togliere abbastanza rapidamente le bucce dopo la spremitura dei grappoli.

La sua ipotesi va però contro l’evidenza che i testi latini parlano ampiamente di vini di molti colori, anche più di quelli che distinguiamo oggi. Addirittura per i rossi si distinguono: sanguineum (sanguigno), purpureum (purpureo), niger o ater (nero o scuro). Poi ci sono album (bianco), fulvum (aranciato o ambrato?), pallidum (Galeno lo descrive come una via di mezzo fra il bianco e il fulvo), rubellum (rosato?). Comunque, in genere, non servono periodi troppo lunghi di macerazione per estrarre colore. Non giocano a favore di questa tesi anche alcune descrizioni dei vini già citate sopra. Ad esempio Orazio, nell’ode XXVII libro I, usa l’espressione severi falerni, che dà più l’idea di un Falerno austero piuttosto che dolce.

Inoltre, il lungo invecchiamento di un vino con residuo zuccherino è molto meno facile che non per uno secco, soprattutto nella produzione enologica del passato, a meno che non si tratti di un vino mutizzato (tecnica con la quale si blocca la fermentazione con l'aggiunta di alcool, che agisce da conservante grazie al fatto che impedisce lo sviluppo di ogni microrganismo; è tipica della produzione di vini dolci da invecchiamento come Marsala, Porto, Madera o diversi Muscat del sud della Francia). Questo tecnica era però sconosciuta ai Romani, per quanto c'è dato sapere; è stata introdotta solo dal XIII secolo.

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Tim Unwin ha scritto nella sua “Storia del Vino “(1993) che i vini migliori di Roma erano adatti ad invecchiamenti lunghissimi perché sottoposti a lunghissime macerazioni ad alte temperature, così da estrarre tutto il colore ed il tannino possibile dalle bucce. In realtà sono ipotesi non supportate dalle fonti, come già spiegato sopra. Inoltre, questo sistema produttivo porterebbe ad altri inconvenienti non proprio di alta qualità. In realtà per un lungo invecchiamento è molto più importante la componente acida del vino, che dipende soprattutto dagli equilibri compositivi delle uve.

 

Saltini è più d'accordo con Dalmasso e Marescalchi (“Storia della vite e del vino in Italia", Milano, 1931-1933-1937), i quali sostengono che sarebbe comunque molto difficile per noi immaginare dei vini che hanno subito l’affumicamento nell’apotheca e i tempi di invecchiamento pluridecennali, se non centenari, che spesso gli autori latini vantano dei vini più prestigiosi. Peggio ancora, al nostro gusto, dovrebbero risultare le aggiunte "strane" ai vini meno pregiati, come l’acqua di mare o altro.

Secondo me, rimangono comunque tante domande senza risposta. Questo passaggio nel caldo dell'apotheca, cambiava il gusto del vino o serviva solo per scaldare le anfore? Questi tempi d'invecchiamento incredibilmente lunghi sono veri o solo enfatizzazioni per lodare un vino?

MERCATOInoltre, alcuni degli interventi romani di cantina sarebbero un po' da riconsiderare. Ad esempio, in tutti testi che parlano di vino romano si trova sempre la notizia che lo mettevano in anfore impeciate o proprio vi aggiungevano pece. Ho sempre pensato, per ignoranza, alla pece come derivato del catrame. Mi verrebbe ben difficile pensare di bere qualsiasi cosa che abbia questo sapore o ne sia stato a contatto! Ho però approfondito, grazie a Luigi Manzi ("La viticoltura e l'enologia presso i Romani", 1883) e andando a cercare le analisi moderne degli archeologi su questi composti (Chioffi), scoprendo che in antichità il termine ha anche un altro significato, oggi in disuso o poco conosciuto. Il termine pece, in questo caso, era usato per indicare le resine di alcuni alberi.

Vedremo comunque questi aspetti nel dettaglio più tardi, così come vi spiegherò che altre aggiunte strane in realtà si avvicinano molto ad alcune sofisticazioni del vino di epoche anche recenti.

Comunque, se il gusto di questi vini rimane per noi un grande mistero insondabile, così come alcuni aspetti della loro vinificazione, possiamo però dire, col Manzi, che essi raggiunsero sicuramente elevati livelli produttivi, data la cura minuziosa del lavoro sia in vigna che in cantina che traspare da tutti questi testi.

Saltini non è d'accordo col Manzi su questo punto, ma io credo che sia più facile comprendere i vini romani per uno studioso dell'Ottocento rispetto a noi. I sistemi antichi di produzione erano sicuramente più vicini a quelli della sua epoca che ai nostri, senza considerare tutti i nostri pregiudizi. Ad esempio Columella consiglia di vinificare, per i grandi vini, solo uva sana e ben coltivata. Conoscevano molto bene già l’importanza della temperatura in fase di vinificazione, spostando le anfore al caldo o al freddo a seconda del momento o della tipologia dei vini.  Producevano già vini frizzanti, sapevano già dell'importanza della pulizia di attrezzi e cantina, ecc. Naturalmente mancava però loro tutta quella conoscenza sugli aspetti microbiologici, la cui scoperta farà da spartiacque nel XIX secolo per la nascita del vino moderno.

 

e143_castagnino_fig_4Mettendo insieme tutti questi elementi, cosa possiamo pensare dei migliori vini romani?

Credo che possiamo azzardare di avvicinarli ai vini di lusso di epoche più recenti, che avevano un livello abbastanza simile di conoscenze e di sviluppo tecnico in vigna e in cantina. Potrebbero quindi non essere così diversi dei migliori vini prodotti fra il Seicento e l'Ottocento.

Sono i corsi e i ricorsi storici. Consideriamo che le grandi conoscenze dei Romani andranno quasi del tutto perse nel Medioevo, anche se in parte conservate nelle biblioteche dei monasteri. Molte di queste tecniche saranno poi “riscoperte” nei secoli successivi, soprattutto dal Seicento in poi. Di fatto, per tutte queste epoche non ci sarà un cambiamento sostanziale rispetto agli apici raggiunti in epoca Romana. Il vero ed importante salto in conoscenze e tecnologia, che ci porterà verso la produzione del vino moderno, partirà solo nella seconda parte dell'Ottocento.

Ci possiamo immaginare la piccolissima categoria dei vini di lusso di queste epoche come frutto di una produzione molto curata in vigna e da buone tecniche di cantina, anche se molto limitate. Come ci raccontano le fonti storiche, erano caratterizzati da buoni aromi, corpo, probabilmente ottima acidità, che li rendeva adatti a lunghi invecchiamenti. Questi erano possibili grazie ai contenitori (le anfore) ben protetti dagli scambi gassosi grazie ai rivestimenti interni con resine, le quali coprivano anche il tappo in sughero. Questa capacità d'invecchiamento sarà riproponibile solo dal '600 in poi, con l'introduzione delle bottiglie in vetro chiuse dal tappo in sughero, che saranno però usate in modo diffuso dall'Ottocento.

Molto probabilmente avevano note ossidative più o meno spinte e un più o meno intenso spunto acetico, come era comune nei vini fino ad un passato neanche troppo lontano. Ai vini romani dobbiamo aggiungere qualche aroma a noi sconosciuto, come i sapori resinati (più o meno intensamente) rilasciati dai rivestimenti dei contenitori, forse qualche nota affumicata. Sono aspetti gustativi per noi difficili, ma accettabili per un palato antico abituato ad essi.

Questo piccolo gioco è finito, nei prossimi post racconterò meglio la viticoltura e l'enologia romana.

hatay Turchia stai allegro goditi la vita III sec. a.C
L'iscrizione in greco dice" Stai allegro, goditi la vita". Mosaico greco-romano in una villa di Hatay, Turchia, III sec. a.C.

Bibliografia:

Columella, "De re rustica" , 65 d.C.

Luigi Manzi "La viticoltura e l'enologia presso i Romani", 1883

Dalmasso e Marescalchi, “Storia della vite e del vino in Italia", 1931-1933-1937

Emilio Sereni, "Storia del paesaggio agrario italiano", 1961

Enrico Guagnini, "il vino nella storia", 1981

Hugh Johnson, “Il vino, storia, tradizioni, cultura”, 1991

Tim Unwin, “Storia del Vino “, 1993

Antonio Saltini, "Storia delle pratiche di cantina, Enologia antica, enologia moderna, un solo vino o bevande incomparabili?", Rivista di Storia dell'Agricoltura a. XXXVIII, n. 1, giugno 1998

E. Chioffi, "Anfore, archeologia marina", Egittologia.net


Il nostro Atis Bolgheri DOC Superiore a sostegno di Amnesty International

Per gli amici di Milano e dintorni: come ogni anno da oltre un decennio ormai, vi inviatiamo ad aiutarci a sostenere Amnesty International tramite la fiera enogastronomica "Una buona ragione per peccare di gola".
Noi regaliamo i nostri migliori vini e voi li acquistate: insieme possiamo dare un contributo alle campagne di Amnesty International a difesa dei diritti civili nel mondo.

Troverete il nostro Atis Bolgheri DOC Superiore 2015, sia in formato 750 ml che Magnum. Ci sono anche vini di altre grandi aziende italiane, oltre che prodotti gastronomici di alta qualità. Potete trovare l'elenco su
https://www.amnesty-lombardia.it/fiera-enogastronomica-2/

Dal 11 al 15 dicembre c/o i locali g.c. dell'Unione Femminile Nazionale in corso di Porta Nuova 32, Milano.


Sabato 7 dicembre, a Mantova, Attilio Scienza racconta la Vigna di Leonardo

CASA DEL MANTEGNA

via Acerbi 47 – Mantova

nell’ambito della mostra

SIMILITER IN PICTURA. Attorno a Leonardo

INCONTRO

 Prof. Attilio Scienza

LA VIGNA DI LEONARDO

Cronaca di una scoperta

 

sabato 7 dicembre 2019, ore 17

a seguire degustazione di vini della Cantina Guado al Melo:

Jassarte 2015, un vino da complantazione

 

 

Sabato 7 dicembre, alle ore 17, Container Lab Association invita a partecipare presso la Casa del Mantegna di Mantova all’incontro “LA VIGNA DI LEONARDO. Cronaca di una scoperta”, tenuto dal professor Attilio Scienza all’insegna del binomio vino e cultura.

vigna_Leonardo_nel_1920_fotografie_di_Antonio_PaolettiL’appuntamento rientra tra le iniziative collaterali della mostra “SIMILITER IN PICTURA. Attorno a Leonardo”, proposta fino al 6 gennaio nell’ambito delle celebrazioni per i 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci.

La lectio è preceduta dall’introduzione “Arte e vino, passione e investimento” a cura di Antonio Urbano, CEO di VintHedge, fondo di investimento a favore del settore enologico italiano; l’intervento è teso ad evidenziare i punti di contatto e le possibilità di investimento in due settori che rappresentano nel mondo due grandi eccellenze del made in Italy, il settore artistico-culturale e quello vitivinicolo.

 

Al discorso si riallaccia quindi il professor Attilio Scienza, massimo esperto a livello internazionale del DNA della vite, che illustrerà i sorprendenti risultati di un coraggioso progetto iniziato nel 2004 e culminato in occasione di Expo 2015, con la riapertura al pubblico della celebre Vigna di Leonardo presso la Casa degli Atellani, in Corso Magenta a Milano. La vigna è oggi visitabile per volontà della Fondazione Portaluppi e degli attuali proprietari di Casa Atellani, grazie agli studi dell’enologo Luca Maroni e al contributo decisivo dell’Università degli Studi di Milano nelle persone della genetista Serena Imazio e del professor Attilio Scienza.

La storia della vigna va dal XV secolo agli anni Quaranta del XX secolo, per poi essere dimenticata fino alle soglie del Duemila, e rappresenta una testimonianza importante attorno alla figura del grande genio toscano, sullo sfondo della Milano sforzesca in un intreccio tra arte e vino. Seguendo la vicenda del suo vigneto si delinea un Leonardo naturalista, attento ai cambiamenti climatici e alle loro ripercussioni sulla coltivazione; Leonardo da Vinci è appassionato di vini, ma è anche un accorto vignaiolo, fin da quando Ludovico il Moro sul finire del 1498 gli dona circa un ettaro di filari nella zona di Porta Vercellina, presso la dimora degli Atellani, dove l’artista era ospite mentre eseguiva uno dei suoi più celebri capolavori, l’Ultima Cena nel vicino refettorio della Chiesa di Santa Maria delle Grazie.

Della sua vigna - unico bene immobile citato nel testamento del Maestro - pare addirittura fosse possibile trovare traccia anche nel Cenacolo, dove un grappolo d’uva con la sua caratteristica foglia compariva in un cesto di frutta posizionato di fronte ad un apostolo, dettaglio andato perduto a causa dei danni provocati dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Ad ogni modo, del medesimo grappolo con foglia troviamo tutt’oggi riscontro in un altro caposaldo della storia dell’arte, la Canestra di frutta del Caravaggio, che lo ritrae riconoscibilissimo tra mele, pere e fichi.

Le suggestioni dal mondo pittorico vanno quindi a supportare gli studi di laboratorio intrapresi dalla Facoltà di Scienze Agrarie e Alimentari dell’Università degli Studi di Milano, che recupera il materiale organico sopravvissuto, sotto circa un metro e mezzo di terra e sedimenti, dalla vigna originaria distrutta nel 1943, durante la guerra.

I test confermano che i reperti rinvenuti appartengono alla specie vitis vinifera, ossia la comune vite da vino europea; da qui viene ricostruito il profilo genetico completo del vitigno, sottoponendo i campioni di DNA, purificati e aumentati nella loro concentrazione con la Whole Genome Amplification, a diverse sofisticate analisi, dal barcoding ai marcatori molecolari microsatellite, per concludere che il vitigno leonardesco appartiene a un gruppo delle Malvasie, molto in voga all’epoca: la Malvasia di Candia Aromatica, proveniente dal paese di Candia Lomellina, vicino a Pavia.

Il prof. Scienza guiderà quindi il pubblico nell’appassionante viaggio della restituzione dell’anima genetica alla Vigna leonardesca, tra storia e leggenda, erbari e curiosità scientifiche, dal Quattrocento ad oggi.

 

Al termine della conferenza sarà offerta una degustazione di Jassarte 2015, un vino unico, nato da singola vigna con in complantazione 3 varietà rosse diverse.

 

similiter_in_pictura_locL’evento è, inoltre, occasione per ammirare gli ottanta lavori pittorici di Luca Bonfanti, Enzo Rizzo e Togo, ispirati alla produzione artistica e alle scoperte scientifiche di Leonardo da Vinci, per la mostra “SIMILITER IN PICTURA. Attorno a Leonardo”, curata da Matteo Galbiati, Alberto Moioli ed Elena Pontiggia, i cui testi critici sono presenti nel catalogo dell’esposizione edito da Scripta Maneant.

Completano il percorso espositivo trenta riproduzioni di macchine vinciane realizzate da Giorgio Mascheroni, affiancate ad installazioni video e touch screen che integrano l’osservazione con contenuti didattici, a cui contribuisce anche un’utile applicazione smartphone interattiva.

 

Cenni biografici relatori. Attilio Scienza è attualmente professore di Viticoltura e presidente dei corsi di laurea di primo livello in Viticoltura ed Enologia all’Università di Milano; è membro del consiglio di laurea per il Dottorato in Biologia Vegetale e fa parte del comitato scientifico editoriale delle testate “Journal International des Sciences de la vigne et du vin” di Bordeaux, “Journal of Wine Research” di Londra, “Vignevini” di Bologna, “Rivista di Viticoltura ed Enologia” di Conegliano Veneto e di “Vitis” di Geilweilerhof. A partire dal 1991 riceve numerosi riconoscimenti nazionali ed internazionali per la ricerca scientifica nel campo della viticoltura e per il miglior libro di ricerca sui temi del vino e della vite. Ha scritto oltre 350 articoli e documenti di ricerca scientifica sulla viticoltura, pubblicati su testate di settore e riviste, e divulgati in conferenze accademiche in Italia e all’estero. È membro corrispondente di fama mondiale dell'Accademia dei Georgofili, che promuove lo studio di agronomia, silvicoltura, agricoltura ed economia tra gli studiosi. Viaggia in tutto il mondo sia per motivi accademici che per consulenze nel campo del vino e della viticoltura, ed è stato consulente di vari produttori di vino nazionali.

Antonio Urbano è tra i co-fondatori di VintHedge Partnership. Con oltre 20 anni di esperienza nell’Investment Banking tra Londra e Milano, ricopre ruoli sempre più senior nei mercati dei capitali azionari con Julius Baer, Société Générale Equities International, Carnegie Securities e Yamaichi Securities. Inizialmente specializzato nell’intermediazione azionaria sulle vendite istituzionali e sui banchi commerciali, negli anni successivi si focalizza sulla finanza aziendale. Inoltre, negli anni ’90 avvia e gestisce le operazioni commerciali londinesi per l’intermediazione italiana di AFV Sim e, recentemente, è co-fondatore di Kepler Capital Markets, una delle principali banche di investimento indipendenti europee. In Kepler è amministratore delegato della sede italiana e membro del comitato esecutivo europeo.

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Coordinate evento

Titolo LA VIGNA DI LEONARDO. Cronaca di una scoperta

Relatori Attilio Scienza, Antonio Urbano

Data sabato 7 dicembre 2019, ore 17

 

Coordinate mostra

Titolo SIMILITER IN PICTURA. Attorno a Leonardo

A cura di Matteo Galbiati, Alberto Moioli, Elena Pontiggia

Organizzata da Container Lab Association - www.containerlab.eu

Sede Casa del Mantegna, via Acerbi 47, Mantova

Date 20 ottobre 2019 - 6 gennaio 2020

Orari mercoledì-sabato ore 10-12.30 e 14-18.30 | domenica ore 10-12.30 e 14-19

Chiuso: lunedì e martedì, 24 e 25 dicembre 2019, 1° gennaio 2020

Aperture straordinarie: 8, 26, 31 dicembre 2019 e 6 gennaio 2020

Ingresso € 5 adulti | € 3 ridotto (docenti, militari e forze dell’ordine non in servizio, over 65, gruppi di almeno 15 adulti, possessori Mantova Card, gruppi di scolaresche di ogni ordine e grado e possessori della Mantova card junior) | Gratuito (under 6, disabili, accompagnatori e/o famigliari, membri I.C.O.M., guide turistiche, 1 accompagnatore per gruppo di adulti, max 2 accompagnatori per gruppi scolaresche, giornalisti)

7840_Barca_a_pale__propulsione_a_pedali_Visite guidate alla mostra (comprese nel biglietto d’ingresso): venerdì, sabato e domenica con partenza ogni ora dalle 10 alle 17, durata 1 ora circa - mercoledì e giovedì su prenotazione, contattando l’Associazione Flangini: Tel. +39 347 4533449 - associazione.flangini@gmail.com

Catalogo Scripta Maneant con testi critici di Matteo Galbiati, Alberto Moioli ed Elena Pontiggia

Info pubblico Casa del Mantegna

Tel. +39 0376 360506 - info@casadelmantegna.it - www.casadelmantegna.it

Info per visite guidate alle macchine vinciane e laboratori didattici

Alkémica Cooperativa Sociale Onlus, via Norsa 4, Mantova

Tel. +39 0376 225724 - +39 333 5669382 - alkemica.coop.onlus@gmail.com

 

Instagram @similiterinpictura


Bolgheri e l'epoca romana (2): la villa bolgherese

cartina ville ed insediamenti locali
La mappa rappresenta i resti d'insediamenti trovati nel nostro territorio nel periodo 250-50 a.C. I quadratini sono le villae, i pallini chiari i villaggi, quelli scuri gli insediamenti minori. La linea spezzettata più a destra indica i margini del territorio collinare. Ho sovrapposto alla mappa storica  la posizione degli attuali borghi principali (Castagneto, Bolgheri e Bibbona), che all'epoca non esistevano ancora. In verde è tracciato più o meno l'attuale territorio del comune di Castagneto, in giallo di Bibbona e in azzurro parte di quello di Cecina. La mappa è tratta da "Ricognizioni archeologiche nel territorio di Volterra: la pianura costiera" di Saggin e Terrenato, Archeologia Classica.

Ho raccontato qui delle mutazioni del nostro territorio, passando dall'epoca etrusca a quella romana, ma anche di come non fosse cambiato così tanto il tessuto culturale e sociale, compresa l'agricoltura.

Vediamo ora meglio come erano fatte le villae  locali e di come qui si concluse l'era antica.

 

Le peculiarità della "villa bolgherese".

Nell'ager Volaterranus nacquero numerose villae, le aziende agricole dell'epoca, dedicate alla produzione di vino, olio d'oliva e cereali. Solo nell'area più vicina a noi se ne sono trovate ben 19,  nate fra il II sec. a.C. e la prima metà del I sec. d.C., sopravvissute fin quasi alla fine dell’era antica.

Come si vede dalla mappa a lato (le ville sono i quadratini), la maggior parte si sviluppò nella pianura intermedia, lontane dalla costa acquitrinosa. Si pensa che fossero, con gli altri insediamenti, in prossimità del tracciato antico della via Aurelia. Altre sono nella pianura più alta o sulle prime colline (a destra nella mappa). Sono le stesse aree delle aziende agricole e vitivinicole di oggi. Non diamolo però per scontato: fra la prospera epoca Romana e la situazione attuale ci sono stati in mezzo molti secoli in cui il territorio era decisamente diverso, come vedremo.

Le villae romane più conosciute di altri territori italiani del centro e del sud, soprattutto quelle in Campania (di proprietà delle famiglie patrizie romane), furono aziende agricole anche molto ricche e redditizie. Erano molto specializzate e basate sul sistema schiavisitico. Il loro periodo di prosperità fu però relativamente breve. Con la concentrazione delle ricchezze di Roma in sempre meno mani, divennero latifondi sempre più grandi. L'ingrandimento fece però diventare sempre meno conveniente investire in agricoltura specializzata. Inoltre furono messe in crisi dalla concorrenza delle colonie non italiane e non ressero al minor prezzo di grano, olio e vino provenienti dall’Africa, dalla Spagna e della Gallia. Per questi motivi, oltre che per la crisi del sistema schiavistico, molte di esse scomparvero entro la fine del II sec. d.C. Altre si convertirono ad una produzione estensiva di cereali o, soprattutto, al pascolo e all’allevamento, con una degradazione del paesaggio agricolo sempre più spinta.

Quelle del nostro territorio, come di altri marginali, furono invece poco specializzate, economicamente più modeste, ma molto più durature. Queste ville sono infatti sopravvissute molto a lungo, fino alla fine (o quasi) dell'era antica, in genere fino al IV-V secolo d.C., in un caso addirittura fino al VI. Probabilmente fu proprio la loro dimensione più locale a renderle maggiormente longeve, meno soggette alla concorrenza esterna.

I resti trovati delle villae dell'ager Volaterannus coprono superfici che vanno dai 2.000 ai 10.000 mq. Non sappiamo invece, se non per ipotesi, quanto fossero grandi i terreni agricoli al loro servizio.

Ricordo che la villa comprendeva diverse parti, più o meno grandi, indicate con nomi legati alla loro funzione. La villa urbana non stava in città, ma era la parte riservata all'abitazione padronale; la villa rustica comprendeva invece gli alloggi dei lavoratori, le stalle e i magazzini degli attrezzi. La parte detta fructuaria comprendeva i magazzini dei prodotti agricoli, le cantine, i granai ed i fienili.

villa san vincenzinoPurtroppo delle numerose villae di Bolgheri e dintorni è rimasto poco o nulla. Una delle poche con alcune parti conservate è la Villa di San Vincenzino, , che è stata anche oggetto di scavi e studi approfonditi. Si trovo poco più a nord di Bolgheri, vicino alla foce del fiume Cecina (oggi Marina di Cecina). Era di proprietà della famiglia già menzionata dei Caecinae.

A lato vi è la ricostruzione della sua planimetria. Nella parte in alto di essa si vede anche la cantina, con i grandi dolii interrati in fila (le anfore da vinificazione). Sotto vi è una elaborazione in 3D ed il video che permette di esplorarla.

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I resti trovati delle villae dell'ager Volaterraneus comprendono materiale da costruzione (laterizi, tegole, pietre, ecc.), dolii e anfore di diverse tipologie. A differenza di quelle di altre zone, che nel tempo divennero anche dimore raffinate (nella parte della villa urbana), qui è raro trovare parti decorative lussuose. Forse erano meno usate come residenze dai proprietari, più dedicate a fini propriamente agricoli.

L’abbellimento è stato trovato solo in pochissimi casi, comunque avvennuto in epoca molto più tarda che altrove, solo dal II sec. d.C. ( altrove questa evoluzione era già avvenuta dalla fine del I sec. a.C.). Un esempio importante in questo senso è la Villa del Mosaico di Castagneto Carducci (vedi box). Anche la villa di San Vincenzino fu aggiunta di ricche decorazioni solo dalla fine del II secolo e, in più fasi successive, fino al V. Forse vi fu una scoperta tardiva dei piaceri della vita di campagna, piuttosto che un disamore per quella di città.  Forse non è un caso che questo nuovo corso corrisponda al periodo storico della decadenza di Volterra.

[three_fifth][info_box title="La Villa del Mosaico di Castagneto" image="La Villa del Mosaico a Castagneto Carducci" animate=""] Museo_guarnacci,_Mosaico_romano_02Ai piedi della stessa nostra collina di Segalari, un po' più verso Castagneto, fu ritrovata a metà Ottocento parte di una sontuosa villa romana a due piani. Fu chiamata Villa del Mosaico per via dei pavimenti a mosaico ben conservati. Risaliva all’età augustea (I sec. d.C.), mentre i mosaici erano il frutto di una ristrutturazione successiva, del II sec. d.C.

Data la mentalità dell'epoca del ritrovamento, i mosaici furono staccati e portati al Museo Guarnacci di Volterra. I resti della villa furono lasciati all’abbandono e sono ormai completamente scomparsi (forse le pietre furono usate per scopi costruttivi, come probabilmente per i resti di tante altre villae locali). I mosaici si possono vedere ancora oggi nelle sale del primo piano del museo, anche se non ne viene raccontata la storia e la provenienza. Almeno però si sono salvati.

[/info_box][/three_fifth]

Diverse delle caratteristiche particolari finora elencate delle ville dell'ager Volaterranus (la scarsa propensione economica, i proprietari di discendenza etrusca, la mancanza di una vita in villa del tipico stile romano, il rapporto particolare con le genti dei villaggi e dei piccoli insediamenti, ecc.) hanno fatto pensare agli archeologi che, almeno agli inizi, queste avessero un significato diverso rispetto alla mentalità romana.

Nella cultura romana la villa nacque come un investimento economico votato all’agricoltura intensiva, come racconta Catone nel II sec. a.C. Poi evolvette, come ci dice Varrone circa 120 anni dopo, come luogo di svago intellettuale e relax dei proprietari, un rifugio dalle tensioni sociali e politiche della vita di città.

Per i domini locali, dal nome romanizzato ma forse ancora molto legati alla cultura dei loro antenati, la villa all'inizio sembra rappresentare più un nuovo simbolo prestigioso di potere e di controllo del territorio, come lo erano stati i grandi tumuli tombali dei loro avi etruschi. La romanizzazione culturale sarà completata solo qualche secolo più avanti.

 

La commercializzazione del vino locale.

Anche se non erano villae molto ricche e sfarzose, producevano prodotti agricoli che rappresentavano un'ottima risorsa economica per il territorio: soprattutto vino, olio d'oliva e cereali. In parte erano consumati localmente ed in parte esportati, grazie ad una buona viabilità (la via Aurelia) e diversi scali portuali. Arrivavano a Volterra soprattutto via nave, lungo il fiume Cecina. Per Roma ed altre destinazioni partivano invece dal porto di Vada e da scali minori lungo la costa.

A noi interessa soprattutto il vino, del quale non sappiamo molto. Si è però potuta tracciare la sua commercializzazione, grazie al riconoscimento delle anfore di trasporto di produzione locale.

Sembra che all’inizio il commercio interessasse l'area nord dell’Etruria. Dal I sec. a.C. invece si espanse: sono state trovate anfore di vino dell'ager Volaterranus sulle coste liguri, in quelle della Gallia mediterranea, lungo le vie fluviali del Rodano e del Reno. Dal III al VI sec. d.C. il commercio tornò ad essere  principalmente locale, ma con ancora ritrovamenti di anfore a Roma e in Corsica.

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Le anfore vinarie prodotte localmente, dal III sec. a.C., erano quelle dette greco-italiche (A). Dal II sec. a.C. furono sostituite da esemplari più grandi e capaci (circa 25-26 litri): tipo dressel 1 (B), poi (I sec. a.C.) dalle dressel 2-4 (C). Dal II sec. d.C., come successe un po' in tutto l'Impero, la loro capacità si ridusse e con fondo più piatto, che sembra attestare una diffusione meno ampia (erano meno adatte al trasporto via nave, soprattutto per lunghi viaggi). Dal III al VI sec. prevalse l’anfora di tipo Empoli (D).

 

 

 

La crisi e il disfacimento di un territorio.

Già nel III secolo vi fu una crisi generale dell’Impero che nel nostro territorio non ebbe però grandi ripercussioni. Ne soffrirono più le piccole fattorie (infatti diverse scomparvero), meno le villae e i villaggi che mostravano attività minerarie. La vera crisi (di tutto l’impero Romano d’Occidente) iniziò fra il IV e il V sec., con difficoltà economiche e politiche sempre più importanti.

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Joseph-Noël Sylvestre: "Il Sacco di Roma dei Barbari 410" (1890)

Il degrado e l’incuria del territorio si diffusero sempre più anche a causa di uno spopolamento progressivo, dovuto all’inizio delle incursioni barbariche. Le prime furono condotte dai Visigoti (410-412), poi dai Vandali. Seguì poi la guerra greco-gotica, con le sue distruzioni, carestie e pestilenze, per finire con l’invasione longobarda (fine del VI sec.).

L’incuria e l’abbandono del territorio portarono al progressivo dilagare delle aree paludose costiere. La Maremma si riappropriava dei terreni che le erano stati strappati da millenni di lavori di bonifica e cura. E così resterà per molti secoli a venire.

Gli insediamenti umani diminuirono progressivamente ed i pochi rimasti si spostarono sempre più verso l’entroterra collinare. Da un lato le popolazioni sfuggivano al dilagare delle paludi costiere. Dall’altro si allontanavano dalla via Aurelia che, da risorsa, era ormai diventata la porta d’ingresso al territorio degli incursori.

La stessa via Aurelia si stava già degradando da tempo. Nel Tardo Impero molti tratti delle vie romane erano ormai impraticabili, senza più nessuna manutenzione da parte di governi sempre più deboli. Il già citato Namanziano, agli inizi del V sec., racconta che aveva dovuto affrontare il viaggio verso la Gallia per nave proprio a causa delle pessime condizioni dell'Aurelia:

“Ho scelto il mare perché le strade sono, in pianura, allagate dai fiumi e in collina piene di sassi. Da quando l’ager Tuscus e la Via Aurelia sono stati messi a ferro e fuoco dai Goti non c’è più fattoria che controlli la selva, non c’è più ponte che negozi un fiume, meglio contare sulle mie vele e prendere la via del mare.”oasi bolgheri6

La viabilità di pianura venne pian piano sostituita da nuovi percorsi posti più nell’entroterra, a mezza collina o di crinale, lontani dall’aria malsana delle paludi, seguendo anche lo spostamento degli insediamenti umani. Nacque così una viabilità alternativa più disorganica, che rispondeva soprattutto ad esigenze locali. Questo si rifletterà anche nella nascita delle nuove fondazioni medioevali di abbazie, villaggi e castelli, che avverrà ormai solo nelle terre più alte e di collina. Del Medioevo però parleremo un’altra volta.

La gloriosa e lunga era antica si chiudeva così, su un territorio ormai quasi spopolato e distrutto.

 

Dopo questo tuffo nella storia locale, nei prossimi post cercheremo di capire meglio come erano i vini di questa epoca e come erano prodotti.

 

 

 

Bibliografia:

"Storia del paesaggio agrario italiano", Emilio Sereni (1961)

"Analisi di Agricoltura – la viticoltura e l’enologia presso i Romani", Luigi Manzi, 1883, Roma tipografia Eredi Botta.

"Castello di Donoratico. I risultati delle prime campagne di scavo (2000-2002)" A cura di Giovanna Bianchi, Quaderni dell’università degli Studi di Siena.

"Populonia e la romanizzazione dell'Etruria Settentrionale", Franco Cambi et al., Atti del Convegno Internazionale Sapienza Università di Roma,  7-9 maggio 2012, 2013.

"Le stele funerarie d'età imperiale dell'Etruria settentrionale", di Giulio Ciampoltrini, in Prospettiva, 30, 1982, pp. 2-11

"Ricognizioni archeologiche nel territorio di Volterra: la pianura costiera" di Alessandra Saggin and Nicola Terrenato, Archeologia Classica, Vol. 46 (1994), pp. 465-482 (18 pages), Published by: L’Erma di Bretschneider

"Sepolture tardoantiche in Toscana (III - VI d.C.): i corredi e le epigrafi", di A. Costantini, Published in "Studi Classici e Orientali", 60, 2014, pp. 99-161

Il Museo Archeologico di Rosignano Marittimo - "Risorse e insediamenti nell’Etruria settentrionale Costiera" - Ministero per i Beni e le Attività Culturali - Polo Museale della Toscana, Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Pisa e Livorno, Comune di Rosignano Marittimo, Museo Civico Archeologico Palazzo Bombardieri

Pubblicazioni varie del Museo Archeologico del Territorio di Populonia e dei Parchi della Val di Cornia.

“Il paesaggio come risorsa – Castagneto negli ultimi due secoli”, Mauro Agnoletti, 2009, Ed. ETS.

Http://www.compagniacavalierideltau.it/2018/03/09/una-viabilita-politicizzata-bizanti-e-longobardi-soldati-e-pellegrini-tra-le-strade-della-toscana-altomedievale/

https://tuttatoscana.net/storia-e-microstoria-2/la-via-aurelia-ed-aemilia-scauri-secondo-itinerario-da-ostia-a-centumcellae/

https://tuttatoscana.net/storia-e-microstoria-2/la-via-aurelia-ed-aemilia-scauri-quarto-itinerario-da-salebro-a-portus-pisanus/

https://www.toscanaeventinews.it/cecina-un-video-in-3d-degli-studenti-del-marco-polo-ricostruisce-la-villa-romana-di-san-vincenzo-e-ci-sono-anche-le-musiche-antiche-di-francesco-landucci/

https://www.museoarcheologicocecina.it/il-museo-archeologico/la-villa-romana-di-san-vincenzino/

 


Bolgheri e l'epoca romana (1): l'ager Volaterranus

Nel corso del III secolo a.C. il territorio passò sotto la dominazione romana, in modo non così traumatico come altrove (come poi racconterò).

La produzione locale di vino in questa epoca è ben documentata, grazie al ritrovamento dei resti di numerose villae, le aziende agricole di allora, che producevano appunto vino, olio d'oliva e cereali. Erano localizzate nella stessa area dove sorgono la maggior parte delle aziende odierne: la fascia pedecollinare e di alta pianura fra Bolgheri e Castagneto.

[info_box title="Un'anfora da vino in argento" image="" animate=""]

Anfora di Baratti: l’oggetto simbolo del nostro territorio ed il più prezioso rimasto dell’epoca romana, è un’anfora da vino in argento, della seconda metà del IV sec. d.C. Questo pezzo unico fu ritrovato casualmente da un pescatore nel mare del golfo di Baratti nel 1968. Oggi è custodito al Museo del Territorio di Piombino. È in argento quasi puro (94-96%) e poteva contenere 22 litri di vino. Presenta delle finissime decorazioni, 132 ovali in ciascuno dei quali è raffigurata una figura diversa. Si tratta di divinità, personaggi legati al culto di Cibele, al mito di Paride, menadi e baccanti. L’anfora doveva essere dotata di manici, purtroppo mai ritrovati.

L’oggetto di epoca romana più iconico della nostra costa è una preziosa anfora da vino in argento, un pezzo unico della seconda metà del IV sec. d.C. Fu ripescata dal mare, nel Golfo di Baratti, da un pescatore nel 1968. Poteva contenere 22 litri di vino. Presenta delle finissime decorazioni, 132 ovali in ciascuno dei quali è raffigurata una figura diversa. Si tratta di divinità, personaggi legati al culto di Cibele, al mito di Paride, menadi e baccanti. L’anfora doveva essere dotata di manici, purtroppo mai ritrovati. È custodita al Museo del Territorio di Piombino.

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Viaggiando per antiche strade.

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Il nostro territorio (nel rettangolo nero della cartina, più o meno in mezzo fra Populonium e Vada Volaterrana), in epoca romana come in quella etrusca, non presentava centri di rilievo.

Era essenzialmente, come ancora oggi, una striscia di terra agricola, stretta da una fila di colline ad est e dal mare ad ovest. Non c'erano allora le pinete costiere, oggi così caratteristiche: saranno piantate dall'uomo molti secoli più tardi.

In epoca antica era comunque un tratto di costa ben popolato, con la prevalenza di fattorie e villaggi. Nell'epoca romana nacquero anche numerose villae agricole ed aumentarono notevolmente le superfici delle terre coltivate. Furono recuperate diverse aree boschive, con la pratica antica dell'incendio. Verso il mare, invece, furono estesi i lavori di bonifica delle aree paludose costiere, già iniziate dagli Etruschi.

[one_third][info_box title="Il centro amministrativo" image="" animate=""] 7275-800x520-500x325In cima  a questa collina dominava una fortezza, nata in epoca etrusca e rimasta anche in quella romana. Questo luogo presenta una continuità abitativa che va dalla Preistoria fino al Medioevo, epoca in cui prese il nome di castello di Donoratico (quello che vedete è quanto rimane della torre medioevale). Era un sito evidentemente strategico, trovandosi sulla sommità di una delle prime colline verso il mare, inclinata in modo da avere visuale su tutta la costa in direzione nord. Divenne una fortezza a metà circa del IV secolo a.C., una di quelle che Populonia utilizzava per il controllo capillare e la difesa del suo territorio. Occupava una superficie di circa 7000 mq, contornata da un'imponente cinta muraria.

In epoca romana perse la sua funzione originaria e divenne il centro amministrativo del territorio, nel quale nascevano sempre più insediamenti agricoli. Purtroppo il sito è chiuso, posto in una proprietà privata. [/info_box][/one_third]

In epoca etrusca sul nostro territorio dominava Populonia. Nella nuova era romana il baricentro del potere si spostò su Volterra (Volaterrae). Eravamo infatti parte di quello che veniva chiamato l'ager Volaterannus, la campagna di Volterra, che partiva da noi ed arriva più su, fino al promontorio di Castiglioncello, e dentro nella Val di Cecina. Era un territorio agricolo non ricchissimo ma, come andremo a vedere, eccezionalmente stabile in tutto il periodo romano, da un punto di vista sia sociale che economico.

Uno dei cambiamenti più importanti della nostra costa, nell'epoca romana, fu sicuramente la costruzione della via Aurelia (in blu nella cartina), che tagliava in due la pianura agricola. Si trattava di una delle grandi strade consolari romane, nata sulla base della precedente viabilità etrusca. Oggi non è rimasto nulla dell'antica strada. Le ultime testimonianze di tratti originali risalgono al Settecento. Il tracciato antico non era però molto diverso di quello dell’attuale strada statale Aurelia SS1 (non della variante). Si pensa che fosse solo un po’ più nell’entroterra. Questa via nacque nel III secolo a.C., per collegare Roma con Cerveteri (Caere nella mappa). Con la conquista del resto dell’Etruria poté poi proseguire fino a Pisa (Pisae). Qui rimase ferma per un po’, per la difficoltà di superare le paludi della Versilia (le Fossae Papirianae) e per l’opposizione tenace delle popolazioni montanare delle Apuane. Fu completata verso la Liguria solo nell'età di Augusto (I sec. d.C.).

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La campagna, il mare e sullo sfondo il promontorio dalla cui cima Populonia dominava il territorio.

Il centro abitato più importante a sud era ancora Populonia (in latino Populonio o Populonium), l'etrusca Pupluna (o Fufluna). Nel corso di questo periodo la potente città andò sempre più in declino anche se, per i primi secoli, rimasero ancora importanti sia il porto (nel Golfo di Baratti) che il distretto minerario, per via del ferro utile per approvvigionare di armi gli eserciti. Da una sua “costola” nacque in questo periodo un altro piccolo porto, Falesia, da cui nel Medioevo si svilupperà Piombino.

Dal III secolo d.C. smisero anche le attività estrattive e Populonia divenne praticamente un villaggio. Nel IV secolo dell’antica e gloriosa città non restavano che rovine, come racconta Claudio Rutilio Namaziano, che, tornando da Roma alla natia Gallia, viaggiò via nave lungo la costa nel 415 d.C.

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Immagine dal film "Il Ritorno", 2004, di Claudio Bondì, liberamente ispirato all'opera.

"Vicinissima, Populonia schiude il suo lido scuro portando la baia naturale entro i campi.  …

I monumenti del passato non si possono vedere più: il tempo che divora ha consumato baluardi grandiosi.

Fra i crolli delle mura restano solo tracce; tetti sepolti giacciono sotto l’estensione delle rovine.

Non indigniamoci che i corpi mortali si dissolvano: vediamo bene, da esempi come questo che possono morire le città."

Claudio Rutilio Namaziano, 417 d.C. (De Reditu suo, Il Ritorno, I, versi 401-414)

La stazione di posta sull'Aurelia era ad Aquae Populoniae, ora Venturina, dove ci sono ancora oggi le terme. La prima località successiva era Vada Volaterrana, più o meno l’attuale Vada (oggi un piccolo centro a nord di Cecina), l’antico porto di Volterra, stazione di posta ed anche baricentro di un’area di saline.

Alle spalle di Vada, nell’entroterra della Val di Cecina, stava Volaterrae (Volterra), l’antica etrusca Velathri. Come detto, la potente città, a differenza di Populonia, seppe conquistarsi uno spazio importante anche in questa nuova era. Fra l’età di Cesare e quella di Augusto divenne Colonia Augusta, centro politico e militare a capo di tutta la nostra costa, attraversando un periodo di grande prosperità. In epoca Imperiale andò però in declino, ormai tagliata fuori dalla viabilità principale.

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I resti del teatro romano e delle terme di Volterra.
Una romanizzazione "soft".

Come detto, la romanizzazione qui fu meno traumatica che altrove, soprattutto nelle zone di campagna, grazie al grande lavoro di mediazione che seppero fare le famiglie aristocratiche locali. Dopo un po’ di alti e bassi nei rapporti con Roma, riuscirono a mantenere le loro posizioni di potere, oltre che la stragrande maggioranza delle proprietà terriere.

In altre zone dell'Etruria (e non solo) la colonizzazione avvenne secondo un modello più brutale: le terre erano sottratte ai vecchi proprietari, erano centuriate* e spartite a piccoli lotti ai veterani degli eserciti di Roma. Le vecchie famiglie etrusche sparivano dagli orizzonti del potere. La nuova classe dirigente poi allargò le proprietà a discapito dei piccoli agricoltori e nacquero le villae, aziende agricole specializzate, basate essenzialmente sul lavoro schiavistico e abbastanza distaccate dal contesto territoriale.

Nel nostro territorio questo modello di colonizzazione avvenne solo in modo marginale. I proprietari terrieri rimasero per lo più le famiglie aristocratiche etrusche precedenti, radicate da secoli, legate ai possedimenti terrieri e allo sfruttamento minerario. Ormai però non vivevano più nelle campagne ma per lo più a Volterra, il centro del potere locale, o addirittura a Roma, come i Caecinae, la famiglia più potente del luogo (romanizzazione del nome etrusco Ceicna).

[one_second][info_box title="La villa bolgherese di un nobile volterrano" image="" animate=""]Poco lontano da noi lungo la via Bolgherese, in località il Puntone di Bolgheri, c'era una villa romana, ormai scomparsa. Oggi lì c'è la vigna del nostro amico Valerio Cavallini (azienda Campo al Coccio).

Non è rimasto praticamente nulla, se non una stele funeraria del II-III sec. d.C., conservata al Museo di Cecina, che ci ha permesso di conoscere l'antico proprietario della villa.

L'iscrizione della stele ci rivela che fu fatta realizzare dal liberto Autumnalis, per disposizione testamentaria, per ricordare il nobile proprietario defunto. Si trattava di un signore di Volterra, il cavaliere Marcus Anaenius Pharianus, magistrato municipale e tante altre cose (l’elenco dei titoli è molto lungo). Il nome romanizzato rivela ai linguisti l'ascendenza etrusca.

Il testo si conclude con la classica locuzione latina del culto dei morti:

SIT TIBI TERRA LEVIS

che la terra ti sia lieve

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*Centuriazione: il territorio conquistato era suddiviso nelle centuriae, quadrati con un lato di 710 m ed una superficie di circa 50 ha, che erano la base capillare del sistema agrario, sociale, economico, giuridico ed amministrativo romano. Questa sorta di scacchiera era definita da due linee fondamentali: il decumanus (in genere tracciato in direzione est-ovest) e il cardo (in genere nord-sud). Altre linee secondarie potevano suddividere le centurie in unità ancora più piccole. Una volta effettuate le operazioni di centuriazione e di assegnazione delle terre, il territorio veniva rappresentato su mappe chiamate formae (come le nostre mappe catastali), conservate in duplice copia a Roma e nel capoluogo della provincia. 220px-Centurisation

Non erano solo linee ideali: su di esse nascevano le recinzioni o le siepi di confine, oltre che la viabilità pubblica secondaria e quella vicinale che porta ai poderi, fino al sistema più ampio degli acquedotti e delle strade principali. L'antica tracciatura romana del territorio è rimasta quasi immutata fino ai nostri giorni in diverse parti d’Italia.

A cavallo fra l'epoca etrusca e la romanizzazione, anche qui le grandi proprietà terriere evolvettero verso il modello della villa agricola romana. Non erano però le proprietà di conquistatori ma dei discendenti delle storiche famiglie gentilizie locali, che quindi continuarono a coesistere in modo equilibrato con le comunità del territorio.

Non furono villae basate sul sistema schiavistico. Sembra che i proprietari terrieri locali si avvalessero principalmente del lavoro degli abitanti dei vicini insediamenti, ai quali erano legati da rapporti di antica clientela etrusca.

Mantennero anche un rapporto diverso con i piccoli agricoltori che qui non diminuirono ma, viceversa, crebbero di numero. Tra il III e il II secolo a.C. si è registrato un boom di nuove piccole fattorie del territorio: ne nacquero ben 26. Non si sa se questi agricoltori fossero proprietari o meno, molto più probabilmente erano affittuari di fondi messi a disposizione dai nobili.

Anche l'agricoltura non cambiò più di tanto. L'Etruria e Roma avevano in comune la stessa matrice agricola originaria, già descritta qui. Era fatta di filari di viti maritate agli alberi e di ulivi, alternati a strisce di terreno dedicate ai seminativi. I Romani, oltre che tracciare linee e confini, non modificarono di molto la sistemazione idraulica e di lavorazione di fondo dei campi, salvo introdurre l’impianto delle viti con scassi a trincee (piccole fossette). Comunque conosceremo in modo più approfondito la viticoltura romana e le sue importanti evoluzioni più avanti.

...continua nel prossimo post, nel quale vedremo meglio come erano le ville agricole del nostro territorio.


Eccellenze di Toscana 2019

Sabato 30 novembre e domenica 1 dicembre, saremo presenti con i nostri vini ai tavoli di degustazione delle Eccellenze di Toscana, all'interno dell'evento Wine & Food in Progress, organizzato dall'AIS Toscana alla Stazione Leopolda di Firenze.

Michele Scienza vi aspetta dalle ore 10.00-11.00 alle 19.00, nei due giorni di degustazione.

 


Mostra Mercato dei Vignaioli Indipendenti 2019

Vi aspettiamo alla corsia D, tavolo n.18 (vicino all'entrata).

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Un Mercoledì da Vignaiolo: il racconto di cosa significa essere un vignaiolo FIVI

Grazie di cuore a la Divina Enoteca di Firenze che ci ha ospitato per il Mercoledì da Vignaiolo, evento in cui FIVI è stata protagonista.

Il nostro Michele e Angela Fronti (azienda Istine di Radda in Chianti) hanno fatto da relatori, raccontando della FIVI, dei suoi ideali e delle sue manifestazioni (soprattutto la Mostra Mercato di Piacenza, l'evento clou di noi vignaioli FIVI), dell'essere vignaiolo. In degustazione, per spirito di gruppo, non c'erano i nostri vini e quelli di Angela, ma di altri colleghi vignaioli (vedete la foto sotto).

Cos'è la FIVI, per chi non la conosce ancora? Si tratta della Federazione dei Vignaioli Indipendenti Italiani. Nata nel 2008 (noi siamo soci dalla sua fondazione), mette insieme aziende medio-piccole di tutta Italia, contraddistinte dal fatto di essere vignaioli.

Il vignaiolo nel passato era semplicemente chi lavorava in vigna. Oggi essere vignaioli significa avere un'azienda vitivinicola e gestirla direttamente, in modo spesso famigliare, seguendo personalmente tutti i processi, dalla coltivazione della vigna, fino alla bottiglia finita.

Molti chiedono perchè "indipendenti"? Da cosa? Questo termine ha un significato storico, che nasce con le prime associazioni di questo tipo nel XX secolo. Il vignaiolo indipendente era proprio quello che faceva tutto da sè, produceva la sua uva, la lavorava e vendeva con la sua etichetta, mettendoci la sua faccia ed esponendosi personalmente sul mercato. Era nata per distinguerlo dai molti vignaioli non indipendenti, perchè invece svolgevano solo un passaggio della trafila produttiva (in genere la coltivazione dell'uva), per poi cederla ad una cantina sociale o venderla a  privati (o lo stesso per il vino sfuso).

FIVI è nata come una sorta di sindicato, per dialogare innanzi tutto col mondo politico ed amministrativo, che tanto influisce con leggi e disposizioni sul nostro lavoro, ma che era quasi sempre condizionato dai big del vino (dall'industria, dai grandi produttori e dalle cantine sociali), dimenticandosi spesso delle richieste e necessità delle molte migliaia di piccoli produttori.

Poi è diventata anche una voce per dialogare con i nostri clienti, con gli appassionati di vino o semplici consumatori, per farci promotori della realtà dei vignaioli d'Italia, piccole e medie aziende famigliari che sono l'ossatura fondamentale di questa nostra millenaria tradizione.

Ricordiamoci che i vignaioli sono i più solerti custodi dei loro territori, delle tradizioni e dell'artigianalità del vino, i principali fautori della necessità di lavorare in modo sostenibile (pur con diverse scelte, ma con la stessa finalità di rispetto per la terra).

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Premiazione dei Vini TreBicchieri del Gambero Rosso, Criseo 2017 in degustazione il 27 ottobre

Domenica 27 ottobre ci sarà la premiazione dei vini che hanno ottenuto i riconoscimenti della Guida ai Vini d'Italia del Gambero Rosso. Fra questi, c'è il nostro Criseo Bolgheri DOC Bianco 2017.

Nel pomeriggio, dal ore 15.00 alle 20.00, i vini premiati saranno in degustazione al pubblico presso lo Sheraton Rome Hotel, Viale del Pattinaggio, Roma EUR.

Potrete conoscere il Criseo, da singola vigna, affinato sui lieviti, primo vino bianco di Bolgheri che ottiene questo grande riconoscimento.

Michele Scienza ed io, Annalisa Motta, saremo presenti per buona parte del pomeriggio.

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Premiazione dei vini 4 viti della Guida Vitae dell'AIS: il nostro Jassarte 2016 in degustazione in anteprima

Sabato 26 ottobre ci sarà anche la premiazione e presentazione della guida Vitae AIS, in cui verrà premiato il nostro Jassarte 2016.

Tutti gli appassionati potranno accedere all'evento di degustazione, nel quale i sommelier AIS offriranno i vini premiati.

Annalisa Motta sarà presente per Guado al Melo, per ritirare il premio, che verrà consegnato alle ore 17.00.

La degustazione sarà aperta dalle ore 11 alle ore 19, Auditorium la Nuvola di Fuksas, Viale Asia, 40 - 00144 ROMA EUR

Potrete assaggiare in anteprima il Jassarte 2016, che uscirà alla vendita a breve.


Verticale di Jassarte a Taormina Gourmet, sabato 26 ottobre

Sabato 26 ottobre a Taormina Gourmet, manifestazione di alta enogastronomia, Michele Scienza terrà una Masterclass, dove presenterà una verticale del nostro vino più iconico e personale, Jassarte. Con lui, nel guidare la degustazione, ci sarà Daniele Cernilli, alias DoctorWine.

Jassarte nasce da una singola vigna con un'amplissima complessità varietale, facendolo diventare così l'espressione assoluta del territorio e di un modo antico di concepire il vino.

Michele presenterà una verticale di 6 annate: 2004 - 2005 - 2008 - 2011 - 2013 -2015

ore 15, Sala Belvedere, Hotel Villa Diodoro, Taormina

Per informazioni ed iscrizioni vedete qui

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Un Mercoledì da Vignaioli, 23 Ottobre

Mercoledì 23 ottobre, torna un evento in tutta Italia: Un Mercoledì da Vignaioli

Organizzato dalla Federazione dei Vignaioli Indipendenti Italiani (FIVI), si tiene in contemporanea in 48 enoteche d'Italia, i Punti d'Affezione FIVI, negozi che hanno deciso di dedicare una parte dei loro scaffali ai produttori di questa associazione, condividendone valori ed idee.

L'idea è quella però di rimescolarsi: in ogni punto ci sarà una coppia di vignaioli che presenterà in generale il proprio lavoro, ideali e passioni che ispirano la FIVI, con in degustazione 4-5 vini di altri vignaioli soci, NON i propri.

Quindi noi saremo in due situazioni diverse:

- a Firenze, presso la Divina Enoteca, via Panivale 19/r, h. 21.00: Michele Scienza sarà presente come relatore con Angela Fronti dell'azienda Istine (Radda in Chianti). In degustazione i vini di altri vignaioli FIVI: Antico Castello (Campania, Taurasi), Cieck (Piemonte, Erbaluce di Caluso), Pomona (Chianti Classico), Santori (Marche), Torrazzetta (Lombardia, Metodo Classico)

- a Cadeo (PC), presso l'enoteca Welcome Coffee Shop, Via Emilia 42/44/46 , h. 20.30: la stessa cosa, con altri vignaioli a raccontarsi ( Chantal Smet di Corte Guarinona e Marco Cordani di Cordani Vini) e vini in degustazione, fra cui il nostro Rute Bolgheri DOC  Rosso 2016 con vini delle aziende La Tosa, Pojer e Sandri, Speri e Uccellaia


La guida Veronelli premia Atis 2016

Siamo veramente felici di comunicare che la prestigiosa guida Veronelli ha assegnato questo importante riconoscimento al nostro Atis Bolgheri DOC Superiore 2016.

Fra l'altro, è la terza volta consecutiva che premia Atis (tolto il 2014 che abbiamo scelto di non produrre), con tre annate notevoli per il nostro territorio: 2013, 2015, 2016.
Grazie di cuore alla redazione.


Al Criseo 2017 il premio TreBicchieri del Gambero Rosso

Con grande emozione riceviamo i TreBicchieri per il nostro Criseo Bolgheri DOC Bianco 2017.

Per noi è una grande soddisfazione soprattutto perché, non credo di sbagliarmi, è anche il primo vino bianco di Bolgheri a ricevere questo ambito riconoscimento.

Ci emoziona particolarmente perché non possiamo nascondere che non sia stato facile in questi anni proporre e sostenere un vino come il Criseo, un bianco da singola vigna, con in complantazione 5 varietà, un uvaggio come una volta, affinato sui lieviti, in un territorio ormai considerato la patria di grandi vini rossi e (per i detrattori) adatto per lo più per vini bianchi piacevoli ma senza troppe pretese.

Criseo ha invece dimostrato la grandezza in tutti i sensi di Bolgheri e dell’idea concepita ormai vent’anni fa da Michele. Un’idea che non è nata dal nulla, ma dalla consapevolezza di avere un grande terroir viticolo alle spalle, o genius loci (come noi amiamo più dire, alla latina), in grado di dare consistenza alle sue idee e passioni.

Michele ha valutato a fondo le caratteristiche di clima e suolo di questa piccola vigna (Campo Bianco, 0,7 Ha) fra le colline bolgheresi, oltre che una storia antica di viticoltura locale ampiamente dedicata ai vini bianchi, anche se ormai quasi dimenticata e (per molti versi) sottovalutata. A tutto ciò ha aggiunto forse qualcosa la sua origine e formazione nordica, nel saper misurarsi in cantina con tutto quel rispetto e quella sensibilità di gestione delle uve indispensabili per ottenere un grande vino bianco, equilibrio perfetto di complessità e finezza, capace di durare nel tempo.

L’unico rammarico è che l’annata 2017, così difficile da un lato ma che ci ha anche dato tanto in qualità dall’altro, sia stata segnata dalla produzione più bassa in quantità di sempre.

 


Atis 2016 fra i migliori vini di Bibenda

Ringraziamo la Fondazione Italiana Sommelier che ha premiato il nostro vino Atis Bolgheri DOC Superiore 2016, assegnandogli i 5 grappoli (massimo punteggio) nella loro guida dei vini "Bibenda".

 

 


La Vinitaly International Academy a Guado al Melo, i futuri ambasciatori del vino italiano nel mondo

Venerdì 27 settembre ospiteremo a Guado al Melo lo staff e un gruppo di corsisti della Vinitaly International Academy (VIA).

Vinitaly-International-Academy-467397462Il VIA è nato in seno a Vinitaly, con finalità educativa sul vino italiano. Grazie a corsi di alto profilo tenuti in giro per il mondo, sta formando una rete globale di professionisti del settore, altamente qualificati, che saranno gli ambasciatori nel loro paese del nostro grande patrimonio vitivinicolo, con la sua incredibile molteplicità, storia e cultura. L’amministratore delegato è la giornalista americana Stevie Kim, il direttore scientifico è il prof. Attilio Scienza.photo-on-top-of-manifest-page

Il gruppo starà tre giorni a Bolgheri, per conoscere la Denominazione, visitando anche diverse aziende del territorio. È composto dai corsisti, i futuri Ambassador, professionisti provenienti da Cina, Canada, Australia, Slovenia, Stati Uniti, UK, Ungheria e Germania. Sarano guidati dallo staff del Via, fra cui Stevie Kim e il giornalista inglese Monty Waldin, che è anche il conduttore dell’Italian Wine Podcast (il podcast in lingua inglese ideato da Stevie Kim sul vino italiano www.italianwinepodcast.com).

La mattina di venerdì 27, a Guado al Melo, sarà dedicata alla visita della cantina e alla degustazione dei nostri vini, guidata dal proprietario ed enologo Michele Scienza. Seguirà il seminario sulla Denominazione tenuto dal prof. Attilio Scienza nella biblioteca di Guado al Melo. Nel pomeriggio i corsisti saranno accompagnati dal professore a vedere le diverse unità di paesaggio definite dagli studi di zonazione viticola del territorio. Sabato ci sarà anche una masterclass presso il Consorzio di Tutela dei Vini di Bolgheri.


Vini di Chio: gli Etruschi e l'ipotesi di un'antica contraffazione

Il commercio etrusco di vino (di cui abbiamo già parlato qui) mostrava anche degli aspetti d'ombra? Già all'epoca, le guerre commerciali prevedevano anche contraffazioni o copie di prodotti di successo? Ce lo racconta il prof. Attilio Scienza in questo articolo pubblicato originalmente su Hello Taste.

anfore-vino-chioI frequenti ritrovamenti di anfore chiote (a lato) hanno rappresentato per molto tempo degli indicatori efficaci dell’espansione commerciale greca nel Mediterraneo, ma hanno anche posto numerosi interrogativi agli archeologi relativamente alla loro numerosità nettamente sproporzionata alla esigua produzione di vino dell’isola, aspra e poco fertile. Inoltre in epoca ellenistica (II sec a.C.) compaiono forme di anfore di Chio a collo rettilineo e di colore rosso vinoso, molto diverse da quelle di epoca classica. Si fa quindi strada l’ipotesi dell’esistenza di un vasto fenomeno contraffattivo.

I dubbi relativi al riconoscimento delle anfore di Chio originali con quelle chiamate di imitazione vengono chiariti alla fine degli anni ’90 attraverso le analisi chimiche delle argille con le quali sono prodotte. Infatti le argille delle anfore provenienti da Chio sono molto più ricche di cadmio, un metallo cosiddetto pesante, di quelle prodotte altrove. Ma dove?

L’arcano viene chiarito quando si scopre che le altre anfore provengono quasi tutte da una zona a cavallo degli attuali confini tra Lazio e Toscana, in piena koinè etrusca, famosa per la presenza di numerose fornaci per anfore. Gli etruschi senza troppi scrupoli, in seguito alla flessione del commercio del loro vino verso la Francia a causa della migliore qualità dei vini greci, imitano le anfore di Chio e cercano anche di imitarne il contenuto.

Qualche anno fa, analizzando il DNA di un set di vitigni dell’Isola del Giglio e della Toscana tirrenica e confrontandoli con altri provenienti dal bacino del Mediterraneo, i ricercatori del DIPROVE dell’Università di Milano ebbero la sorpresa di trovare delle notevoli analogie genetiche tra il vitigno Ansonica-Inzolia e due vitigni provenienti dall’Egeo orientale, il Rhoditis ed il Sideritis, varietà caratterizzate da avere una buccia molto resistente ed una polpa croccante, molto adatte quindi alla manipolazione ed all’appassimento.

Quindi gli etruschi non avevano solo imitato le anfore ma anche importato i vitigni e forse la tecnica di appassimento e di vinificazione, come testimoniano le centinaia di palmenti dell’isola del Giglio, certamente uno dei luoghi deputati a produrre uva destinata a produrre vini dolci, date le sue caratteristiche climatiche.

Un altro aspetto interessante che collega il vino di Chio con quelli riprodotti sulla costa tirrenica è rappresentato dalla frequentazione dei naviganti eubei delle isole greche e dei porti del Mediterraneo occidentale. Dove questi esperti marinai–commercianti hanno lasciato tracce delle loro ceramiche, si ritrovano i vitigni che appartengono al gruppo numeroso dei Rhoditis.

I vini di Chio

vini-chio-mareI vini di Chio, piccola isola dell’Egeo orientale, facevano parte di quella ristretta elite di vini greci che erano considerati, sul ricco mercato di Marsiglia e successivamente di Roma, prodotti di lusso, paragonabili solo al mitico Falerno. Varrone li definiva “vini dei ricchi” e, come ricorda Plinio, Cesare li offrì al banchetto per celebrare il suo terzo consolato.

Come i vini di Lesbo Samos o di Thaso, quello di Chio era un vino dolce ed alcolico, unica garanzia per sopportare i trasporti via mare, ma aveva qualcosa che gli altri vini non avevano e che i produttori di Chio celavano gelosamente e che rendeva questo vino particolarmente aromatico e serbevole. L’isola di Chio era l’unico luogo dove cresceva una pianta, il terebinto, dalla quale si estrae una oleoresina usata per rendere impermeabile l’argilla delle anfore e che aveva anche un importante ruolo nella conservazione del vino.

Inoltre, a potenziare questo effetto antiossidante ed antisettico, la presenza nel vino del sale derivante dalla pratica dell’immersione per qualche giorno nel mare dell’uva chiusa in ceste, con lo scopo di togliere la pruina dalla buccia ed accelerare così l’appassimento al sole, preservando in questo modo l’aroma del vitigno.

Il commercio del vino di Chio

afroditeGli abitanti di Chio erano così consapevoli della qualità del loro vino e così convinti di difenderne l’identità da chiedere a Prassitele, famoso scultore greco che per primo rappresentò il nudo femminile in una statua, di disegnare un'anfora da utilizzare per il commercio del loro vino.

Questa anfora si caratterizza per un corpo ovoide ma soprattutto per il collo tozzo e bombato. Oltre alla forma, che nel tempo subì alcune modifiche, le anfore erano riconoscibili per un timbro che rappresentava una sfinge, immagine che era anche riprodotta sulle monete dell’isola.

L’apparizione attorno al VII sec a.C. del vino di Chio sui mercati del Mediterraneo occidentale determina un profondo cambiamento nella domanda di vino: il vino etrusco che fino ad allora aveva monopolizzato il commercio del vino verso Marsiglia viene sostituito da quelli provenienti dalla Grecia orientale.

Come tutti i commercianti greci, anche quelli del vino di Chio fanno scalo, sulla via del ritorno in patria, all’isola d’Elba ed a Piombino per caricare materiali ferrosi da fondere o nell’isola d’Ischia o nella madre patria, venendo quindi a contatto con il mondo etrusco.

I ritrovamenti di anfore in relitti di navi affondate, nelle tombe o per costruire drenaggi testimoniano i luoghi di maggior frequentazione dei commercianti di Chio, identificati in molte città costiere della Sicilia, della Toscana etrusca e Marsiglia.

Il dinamismo mercantile spinse inoltre gli abitanti di Chio a portare il loro vino fino alle coste orientali del Mar Nero.


Jassarte 2016 premiato dalla guida AIS Vitae

Grazie di cuore ai sommelier AIS della guida Vitae che hanno voluto dare il loro massimo riconoscimento, le 4 viti, al nostro Jassarte 2016 Toscana IGT Rosso. Per noi è un grande onore.

Questa annata sta ancora completando il suo affinamento in bottiglia, loro l'hanno assaggiata in anteprima.

La sua prima uscita ufficiale sarà proprio in occasione della premiazione AIS, sabato 26 ottobre, dalle ore 11.00 alle 19.00, a Roma, presso la "Nuvola" di Massimiliano Fuksas (viale Asia, 40, Roma Eur).

 


Il prossimo fine settimana: Jazz, vino, sport ed Etruschi

Tanti eventi sul nostro territorio in settembre, non solo la vendemmia! Ce n'è per tutti i gusti.

Ricordiamo che torna l'appuntamento orami classico del Jazz e vino. In degustazione anche i nostri.

Presso il Museo di Cecina, al termine della presentazione, ci sarà la possibilità di degustare un nostro vino sperimentale, Zever, fermentato in anfora, come in epoca antica.

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Infine sport, tra gare di enduro per le ripide vie di Castagneto Carducci ed un torneo di tennis al nostro circolo. Noi siamo fra gli sponsor, oltre che troverete le nostre bottiglie come ambiti premi.

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Gli Etruschi e il vino (VI): quando la vite uscì dal bosco

I popoli del Mediterraneo cominciarono ad emergere dalla barbarie quando impararono a coltivare la vite.

(Tucidide, V sec. a.C.)

 

Finora abbiamo parlato della bellissima storia della vite maritata etrusca, sopravvissuta per oltre tremila anni (si veda qui). Eppure è una forma di viticoltura già evoluta.

Come è nata?

Come  e quando gli Etruschi hanno imparato a coltivare la vite?

Nei vecchi libri di storia del vino si trova ancora che gli Etruschi hanno imparato la viticoltura e la produzione del vino dai Greci. Gli studi degli ultimi decenni hanno invece dimostrato che fu uno sviluppo proprio.

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In passato si è a lungo creduto che che la domesticazione della vite (e la produzione di vino) fosse iniziata in un singolo punto (la cosiddetta Ipotesi di Noé). L'origine ancestrale era localizzata nel Caucaso, da cui si sarebbe poi diffusa nel Medioriente e nell'area Mediterranea. Gli studi degli ultimi decenni hanno invece sempre più dimostrato che l'approccio alla vite e la vino è avvenuto in diversi luoghi in modo indipendente. Questo fatto non stupisce molto, data la grande estensione dell’areale di distribuzione naturale della vite selvatica ed il suo fisiologico incontro con le popolazioni locali. In alcune zone è avvenuto prima, in altri dopo. Nell'immagine, nei cerchi in nero si evidenziano le zone di avvio indipendente di forme di proto-viticoltura, che sono molto difficili da datare. Durante questi periodi nacque anche la trasformazione in vino. Più inquadrabili temporalmente sono le fasi successive di domesticazione, evidenziate con le aree viola e numerate in ordine cronologico, in base alle evidenze documentali. Ia-Ib: dal VI-IV millennio a.C.; IIa-IIb: V-III millennio a.C.; III (Italia centro-meridionale): III-II millennio a.C.; IV (Italia centro-settentrionale, sud della Francia e penisola iberica): II-I millennio a.C.; VI (Europa centrale): epoca romana imperiale.

Non è facile indagare queste epoche così remote, dove mancano documenti, i resti di riferimento sono di natura altamente deperibile, oltre tutto difficili da studiare in un paese come il nostro con tante stratificazioni. Un esempio classico è rappresentato dai palmenti (di cui ho parlato qui): sono stati usati per secoli, se non per millenni, e questo rende veramente difficile risalire alla loro datazione più antica.

Tuttavia negli ultimi decenni le tecniche d'indagine sono andate sempre più migliorando, integrando fra loro diverse discipline. Viene messo insieme il lavoro di archeologi, paleobotanici, biologi molecolari ed esperti viticoli. Si studiano resti di polline antico, vinaccioli, i sedimenti sugli strumenti di lavoro e nei contenitori, la genetica delle viti selvatiche ancora presenti sul territorio e quelle prossime ai siti archeologici, ecc. In Toscana, in particolare, ricordo a tal proposito i progetti Vinum, Archeovino e Senarum Vinea, ai quali faccio principale riferimento per questo post. Questi ed altri studi stanno facendo sempre più luce sulla nostra storia viti-vinicola più antica.

In moltissime zone italiane vi è stata una nascita indipendente di forme di viticoltura embrionale, anche molto antiche. Per molte di esse però il passaggio ad una viticoltura vera e propria è stato fortemente influenzato da culture più avanzate (Greci e Fenici).

Così non è stato per gli Etruschi, i primi viticoltori in Italia che tolsero la vite dai boschi e la coltivarono col sistema della vite maritata all’albero. Dalla proto-viticoltura iniziale,  svilupparono una forma di viticoltura autonoma, diventata poi parte marcante del paesaggio agricolo italiano per millenni, considerata anche una frontiera culturale.
Il contatto con i Fenici ed i Greci arricchirà poi anche la loro viticoltura e produzione vinicola, ma manterranno sempre una forte identità.

In Europa occidentale possiamo infatti tracciare le antiche frontiere culturali grazie anche al tipo di viticoltura storica del territorio. I Greci hanno plasmato la viticoltura del sud d'Italia e della Francia mediterranea. Gli Etruschi hanno influenzato quella del centro e del nord d'Italia, Roma compresa. I Romani, più tardi, l'hanno sviluppata nei territori dell'Europa centrale, portandola anche in aree che non avevano mai visto prima la vite.

Torniamo però agli Etruschi e al lungo e complesso percorso di nascita della viticoltura. Per semplificare, gli studiosi lo hanno suddiviso in fasi. Alcuni aspetti sono comuni a tutte le popolazioni che hanno intrapreso questo processo. Altri sono esclusivi degli Etruschi.

 

 

La fase della pre-domesticazione.

I nostri lontanissimi antenati, in epoca Preistorica, raccoglievano l’uva selvatica nei boschi, prendendo quello che la natura dona spontaneamente. Sono stati trovati resti di vinaccioli di vite in contesti antropici almeno dal Neolitico antico. Non è però escluso che avvenisse anche in epoche precedenti, si pensa almeno dal Paleolitico.

In questo periodo l'uomo raccoglieva il frutto selvatico (a destra, uva selvatica a Guado al Melo) ma non sembra ci siano tracce di vinificazione.

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Esistono ancora oggi le viti selvatiche?

Nei nostri boschi è ancora possibile trovarle (a sinistra, vite selvatica spontanea a Guado al Melo), infatti su di esse ha lavorato il progetto Vinum. Non è però molto facile, sono diventate rare e rischiano sempre più di sparire. Infatti crescono soprattutto lungo i torrenti ed i fossi, aree da secoli costantemente ripulite dai contadini per la salvaguardia del territorio. Fra le viti che si possono oggi trovare in un bosco ci sono però diverse situazioni: viti realmente selvatiche, viti domestiche rinselvatichite (perché lì prima magari c’era un podere abbandonato, ecc.), ibridi spontanei nati fra la vite selvatica e la domestica.

Le viti selvatiche attuali sono identiche a quelle delle origini?

Non è credibile pensarlo: in millenni di intensa viticoltura, è molto probabile che anche le viti nei boschi abbiano avuto scambi genetici con le viti domestiche.

 

La Toscana e l'alto Lazio sono le regioni italiane che hanno ancora oggi il maggior numero di esemplari di viti selvatiche, concentrati prevalentemente proprio nei boschi della Maremma affacciati sul litorale tirrenico. Il nostro territorio, l'Alta Maremma, ne rappresenta la parte più a nord (freccia gialla nella mappa sotto, da Attilio Scienza).

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La grande importanza della vite per il nostro territorio in epoca antica si riflette anche nel nome di Populonia, la città-stato Etrusca che lo dominava. Era chiamata Pupluna (o Pufluna o Fufluna) che deriva da puple = germoglio (di vite). Plinio racconta che in città vi era una statua di Giove interamente scolpita in un unico grande tronco di vite (Naturalis Historia, XIV, 9). A Giove, ricordo, fu assimilata la principale divinità etrusca, Tinia, sotto la cui tutela essi ponevano la viticoltura. Ancora oggi, i ricercatori del progetto Vinum hanno trovato in questi boschi numerose viti selvatiche. Alcune di esse sono da noi, a Guado al Melo, allevate su tutore vivo, all’Etrusca (il nostro filare n.1).
Fase della Lambruscaia.

Si pensa che la prima forma primitiva di viticoltura nell'Italia centrale sia iniziata verso la fine del secondo millennio a.C., nell’Età del Bronzo. Siamo all'inizio di quel periodo che gli studiosi hanno chiamato fase della lambruscaia, una via di transizione fra la raccolta spontanea e una forma di viticoltura vera e propria. Si tratta di una viticoltura embrionale, che ha portato alla prima para-domesticazione.

In questo periodo l’uomo da raccoglitore passivo divenne attivo: iniziò a prendersi cura delle viti selvatiche nei boschi, nei luoghi dove queste nascevano spontaneamente.

Questa viticoltura assomiglia a quella che ci racconta Omero, a proposito dei Ciclopi (tradizionalmente posti in Sicilia):

“Nulla piantano con le mani, né arano; tutto cresce per loro senza semina né aratura: e grano, e orzo, e viti che producono vino da grossi grappoli, e la pioggia di Zeus li rigonfia” (Odissea IX, 108-111).

La cura e la protezione dai predatori rendeva la disponibilità dei frutti più costante e forse anche più abbondante. Non si escludono in questa fase delle prime selezioni, nella scelta di curare le viti più produttive o più gradevoli nel gusto o le più resistenti alle avversità.

uvaNon sappiamo come gli Etruschi o, meglio le genti Villanoviane da cui si svilupperà la civiltà Etrusca, chiamassero le viti selvatiche. Sappiamo che più tardi (e per secoli) saranno indicate come “labrusca”. Si usava invece il termine "lambruscaia" per identificare gli assembramenti di viti selvatiche spontanee nei boschi. Infatti queste piante tendono a crescere a gruppi nei nostri boschi mediterranei, dove trovano più disponibilità d’acqua (ad esempio vicino ai torrenti).

La parola labrusca compare per la prima volta in un documento scritto in Virgilio (I secolo a.C.). Gli studiosi pensano però che sia molto più antica, forse di derivazione paleo-ligure. Attenzione a non confonderla con la specie Vitis labrusca L., una vitacea di origine americana, arrivata da noi nel XIX secolo. Qui parliamo sempre di Vitis vinifera L., l’unica specie europea, nella sua forma selvatica, cioè la sottospecie sylvestris.

La parola labrusca o forme derivate da essa erano ancora in uso fino a non molti anni fa per indicare la vite selvatica, fra la Toscana del sud e l’alto Lazio (e non solo). Ogni zona aveva una sua variante: labrusca / lambrusca, abrusca, brusca, ciambrusca/cianfrusca, abrostola, abrostina, fino ai più originali raverusto e zampina. In Toscana nei secoli passati si usava il termine averusco o abrostine per indicare il vino fatto ancora con uva selvatica. Queste parole riecheggiano ancora nei nomi di diverse varietà attuali, anche molto diverse geneticamente fra loro, accomunate dal fatto di ricordare nel nome la loro ancestrale origine selvatica. I più famosi sono i numerosi Lambruschi, ma ci sono anche Abrostine, Abrusco, Abrostolo, Raverusto di Capua (Asprinio dell’Aversano), ecc.

 

La prima comparsa della parola labrusca, per indicare la vite selvatica, è nella V Egloga delle Bucoliche (42-39 a.C.) di Virgilio: "Aspice, ut antrum silvestris raris sparsit labrusca racemis" "Guarda, come la vite silvestre ha coperto l'antro con rari grappoli". Il richiamo è presente anche in una sua opera giovanile meno conosciuta, il Culex (La Zanzara), dove descrive una vite selvatica che viene mangiata dalle capre che si arrampicano sulle rocce. Qui usa però il termine che indica il frutto (labruscum), l’uva selvatica: "... pendula proiectis carpuntur et arbuta ramis, densaque virgultis avide labrusca petuntur". Servio (IV-V sec d.C.), che scrisse commenti esplicativi all’opera di Virgilio, ci dice: "Labrusca= vitis agrestis, quae quia in terrae marginibus nascitur, labrusca dicta est a labri set extremitatibus terrae”, cioè "Labrusca= vite agreste che nasce nelle terre ai margini, è detta labrusca quella che sta ai limiti delle terre coltivate".

La coltivazione delle lambruscaie nei boschi è un elemento primordiale caratteristico del paesaggio agricolo italiano, come ricorda anche Emilio Sereni ("Storia del paesaggio agrario italiano", 1961), una realtà nella quale il confine fra ambiente naturale ed agrario è stato spesso molto sfumato. Infatti le lambruscaie non spariranno mai del tutto, anche dopo queste epoche remote, nonostante il passaggio a forme di viticoltura più evolute. Soprattutto nelle aree maremmane, i contadini le hanno usate ancora per secoli, fino almeno all'inizio del XIX sec. (anche se in forma marginale).

Comunque, in questo periodo è documentata una raccolta sistematica dell’uva.  Ma ci facevano veramente vino?

Sembra proprio di sì. In alcuni siti archeologici dell’Età del Bronzo iniziale (lago di Massaciuccoli), medio (San Lorenzo a Greve) e finale (Livorno-Stagno, Chiusi, Tarquinia) e altri, sono stati trovati ingenti resti di vinaccioli, alcuni con i caratteri selvatici e altri con già elementi di para-domesticazione. Quindi, una quantità rilevante di grappoli d’uva erano stati raccolti, portati nell’abitato e non consumati subito, ma riposti in un strutture usate per le riserve alimentari. I palmenti più antichi finora trovati sembrano risalire proprio all’Età del Bronzo (ho parlato delle tecniche produttive etrusche e romane qui).

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La morfologia dei semi d'uva è d'aiuto per riconoscere quelli di vite selvatica (le due righe in alto) da quelli della vite paradomestica o domestica (in basso). I primi sono più tondeggianti, i secondi più appuntiti e periformi. Qui i semi sono stati anche bruciati, per simulare lo stato in cui sono realmente trovati nei siti. Immagine da Mariano Ucchesu et al., "Predictive Method for Correct Identification of Archaeological Charred Grape Seeds: Support for Advances in Knowledge of Grape Domestication Process",  in PLoS ONE 11(2) · February 2016

Comunque, in questo periodo, il vino prodotto era poco, abbastanza lontano dal gusto a cui siamo abituati oggi. Date le caratteristiche dell’uva selvatica, era molto probabilmente molto leggero, aspro e ricco di tannino. Ad esso erano affiancate altre bevande fermentate, come quelle ottenute dal corniolo, dal sorbo o altri frutti. Eppure sarà la bevanda ottenuta dalla fermentazione dell’uva a vincere nel tempo, per un’indubbia superiorità gustativa e conservativa su tutte le altre.

La viticoltura primordiale andò poi oltre le lambruscaie, a seguito di diversi miglioramenti produttivi e anche all’introduzione di strumenti più evoluti, come il pennato a manico lungo.

 

Fase Numana.
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Semi di vite germogliati spontaneamente nella zona di compostaggio degli "scarti verdi" nella nostra azienda.

Ad un certo punto la vite venne portata fuori dal bosco. Non si sa se questo passaggio verso una coltivazione vera e propria sia stato razionale o sia nato dall'osservazione di fatti casuali. Una delle ipotesi più accreditate in questo senso è quella detta "dell'immondezzaio" o, più elegantemente, "degli orti spontanei". Secondo questa teoria l'uomo iniziò a veder crescere le piante utili (in questo caso la vite) vicino al proprio insediamento, nei luoghi dove abbandonava i suoi rifiuti. In questi posti gli umani antichi lasciavano resti di cibo ed anche le proprie deiezioni. I semi, buttati o presenti nelle feci, germinavano e si sviluppavano molto facilmente, grazie alla ricchezza di materiale organico ed umidità.

Dalla seconda metà dell’VIII secolo circa, in un modo o nell'altro, la vite selvatica uscì dal bosco, venne portata ai suoi margini, presso gli insediamenti umani. Iniziò la strutturazione di una vera e propria viticoltura, una nuova  fase, chiamata dagli studiosi Numana.

In questa fase nacque la vera e propria viticoltura etrusca. Nacque imitando comunque la natura, nella forma di vite maritata all’albero (di cui abbiamo già parlato qui). Il ciclo di lavoro del viticoltore divenne completo, comprendendo non solo la cura, ma anche l’impianto della vigna ed il rinnovo alla fine della vita del vigneto. Non a caso si è scelto il nome di Numa Pompilio: è l'epoca della "normalizzazione" della viticoltura che, fra l'altro, dall'Etruria venne trasmessa anche alla nascente civiltà romana.

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Per il nome di questa fase si è scelta la figura emblematica di Numa Pompilio, secondo re di Roma. È ricordato soprattutto per aver consolidato la nascente civiltà romana con l'introduzione di una serie di norme civili e religiose che, secondo la tradizione, gli furono dettate dalla ninfa Igeria. Fra queste, introdusse l’obbligo della potatura, vietando il consumo rituale del vino ottenuto da viti non potate. Il potere centrale cercò quindi di migliorare la produzione, spingendo la popolazione a superare le forme ancestrali proto-viticole. Introdusse anche il divieto di spegnere le fiamme dei roghi funebri col vino, sottolineando la preziosità della bevanda all'epoca.

La coltivazione comportò inevitabilmente una pressione selettiva sempre più intensa. Si sceglievano di impiantare e propagare le viti migliori, quelle ermafrodite (ricordo che la vite selvatica invece è prevalentemente a sessi separati), quelle più produttive o le più precoci, quelle più resistenti alle intemperie o alle malattie, ecc. Si parla in questa fase di proto-domesticazione vera e propria.

Idria (anfora per l'acqua) con scena di Dioniso e satiri che vendemmiano da viti allevate su tutore vivo (circa 530 a.C.). Rinvenuta a Caere, sembra che sia stata realizzata da artigiani greco-orientali trapiantati nella città etrusca.

In questo periodo arrivarono anche i primi vini d'importazione e le varietà di vite orientale, portate in Italia dai Greci e dagli stessi Etruschi. Queste vennero coltivate tal quali, ma anche innestate ed incrociate (più o meno volontariamente) con le varietà locali. Iniziò quell’immenso processo di intricatissimi intrecci genetici che rappresenta la domesticazione vera e propria (che è ancora in corso da allora) e che ha generato nei secoli le varietà attuali.

Nell'ambito linguistico etrusco-romano, è probabile che risalga a questa fase anche il passaggio dalla parola antica temetum (che in origine poteva indicare anche diverse bevande fermentate, non solo quella fatta con l’uva) a quella di vinum, di influenza greca. Quest’ultima diventerà la più usata nella lingua Etrusca e nel Latino, prima di giungere fino a noi.

 

 

Fase del paesaggio organizzato nelle campagne.

Dalla parte finale VII secolo avanti Cristo, iniziò una concezione agricola più simile alla nostra, che è stata chiamata fase del paesaggio organizzato nelle campagne.

S'accentuò sempre più il distacco fra la vita urbana e quella delle campagne al servizio delle città-stato. Nacquero sempre più edifici rurali circondati da terre coltivate, vere e proprie fattorie dedite alla produzione di vino, olio, cereali, ecc. Le viti maritate, poste ai margini delle terre arate, erano ormai sottoposte a potature e a cure sempre più evolute, così come migliorò ancora la produzione del vino. Le tecniche e gli strumenti di lavoro si affinarono sempre più, grazie anche al sempre maggiore scambio culturale col mondo greco e fenicio.

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Ricostruzione di edificio rurale etrusco (fine VI - inizio V sec. a.C.) a Podere Tartuchino (Semproniano, GR), da https://intarch.ac.uk/journal/issue4/perkins/2_0.html

La società Etrusca era ormai molto evoluta e la richiesta di vino divenne sempre più esigente. Si consumavano vini locali ma anche importati. Si richiedeva sempre più vino di differente qualità, con una grande circolazione di varietà di diversa derivazione. La produzione sempre più consistente portò anche a sviluppare un commercio oltremare, diretto soprattutto verso i Celti del Sud della Francia (si veda qui).

 

Fase della romanizzazione

Questa fase avvenne più o meno a partire dal III sec. a. C., con l'inizio della conquista romana dell'Etruria. In realtà l'influenza di tecniche viticole provenienti da Roma precedette anche la conquista militare vera e propria, che si completerà entro il I secolo a.C.  La viticoltura Romana era comunque la stessa, quella delle viti maritate agli alberi, anche se poi ingloberà anche quella di cultura greca e ne svilupperà di nuove. Comunque non finirà qui: la vite maritata, etrusca e romana, continuerà a vivere per millenni, arrivando fin quasi ai nostri giorni.

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Vendemmia di amorini da vite maritata, fregio della Casa dei Vettii (Pompei)

 

 

 

 

Da A. Cianci et al. “Archeologia della vite e del vino in Etruria” Ed. Ci.Vin 2007

Da slides ed appunti del prof. Attilio Scienza


Jassarte 2015 Medaglia d'Oro a Zurigo

Siamo felici di comunicare che il nostro Jassarte 2015 è risultato fra i migliori vini al concorso internazione di Expovina 2019 a Zurigo, vincendo la medaglia d'oro per la categoria Vini Italiani.

Ecco qui il link della pagina ufficiale

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Gli Etruschi e il vino (V): un intenso commercio europeo

Sappiamo già tutti che gli Etruschi furono grandi navigatori e commercianti ma forse è meno noto che commerciarono ampiamente anche il loro vino, una sorta di primordiale export dalla Toscana. Col prodotto ne diffusero anche la cultura, esportando gli oggetti del corredo del simposio nell'Europa occidentale che ancora non lo conosceva.

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La storia del commercio etrusco iniziò circa nel IX sec. a.C., ma s’intensificò soprattutto a partire dall’VIII sec., interrompendosi solo con la conquista romana (II-I sec. a.C.). Situati in una regione cardine per i traffici commerciali tra Oriente ed Occidente, gli Etruschi seppero sfruttare al meglio questa posizione di favore. I mercanti etruschi divennero noti in tutto il Mediterraneo ed il mar Tirreno, controllato dalla flotta, divenne quasi uno spazio esclusivo. Frecce marroni: le vie del commercio e la grande diffusione dei prodotti Etruschi.

Il commercio del vino fu molto intenso fra il VII sec. e la prima metà del V sec. a.C. Da quel periodo infatti, grazie al notevolmente miglioramento delle tecniche viti-vinicole, vi fu un forte incremento produttivo che creò un’eccedenza rispetto al consumo interno, spingendo alla commercializzazione.

Fu un commercio vasto, documentato dal ritrovamento di anfore vinarie etrusche in molte regioni: nel Lazio, in Campania, nelle colonie greche della Sicilia orientale, in Calabria, in Sardegna, in Corsica, nella Francia del sud e nella penisola iberica, sia sulle coste mediterranee che quelle dell’Atlantico meridionale. Vi fu anche un commercio minore via terra, sia interno che verso i territori dell'Europa centrale transalpina, dove sono stati trovati numerosi oggetti del simposio etrusco.

Il mercato più importante di tutti era quello degli insediamenti celto-liguri del Sud della Francia, come Saint-Blaise in Provenza, Lattes e La Monedière in Linguadoca, penetrando per alcune decine di Km all’interno lungo le vie fluviali.  Nei resti archeologici di più di 70 siti della regione sono stati trovati grandi quantità di vasi in bucchero ed anfore da vino etrusche.

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L'area tratteggiata in grigio indica la diffusione delle anfore vinarie etrusche nella Gallia Meridionale. Le frecce indicano le principali rotte delle navi, mentre i numeri indicano i relitti ritrovati (da Cristofani, Gli Etruschi una nuova immagine, ed. Giunti 2000).

Possiamo anche seguire le rotte di questi viaggi grazie ai resti dei naufragi rinvenuti lungo l'antico percorso, a Cap d’Antibes, Bon Porté, Point du Dattier e altre località. Dall’Etruria, i mercanti seguivano le isole dell’arcipelago toscano e passavano dalla Corsica. Sui fondali marini sono state trovate navi etrusche con interi carichi di anfore vinarie e vasellame pregiato da mensa.

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Questo allestimento del museo di Populonia ricostruisce l'aspetto dei ritrovamenti dei resti dei naufragi sul fondale marino.
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Esempio di carico di nave etrusca, affondata a Cap-d’Antibes nel secondo quarto del VI sec. a.C.: (a) anfore vinarie, (b) buccheri, (c) ceramica etrusco-corinzia, (d) olle e tazze non dipinte usate dai marinai. (sempre da Cristofani, ed. Giunti)

All’epoca nel sud della Francia il vino non era ancora conosciuto e, in cambio, gli Etruschi si approvvigionavano di merci varie, probabilmente pelli, bestiame, schiavi, soprattutto di stagno che, lungo la via del Rodano, proveniva dalla Cornovaglia (ricordo che lo stagno era fondamentale per la produzione del bronzo, in lega col rame).

Questo commercio di vino venne meno dal VI sec. a.C. per via della colonizzazione dei Focei (provenienti da Focea, città greca della Ionia, nell’attuale Turchia). Questi pian piano soppiantarono gli Etruschi, imponendo un vero e proprio dominio territoriale, soprattutto verso la fine del secolo.

Da quel momento i mercati della Francia Meridionale iniziarono ad usufruire principalmente della produzione vinicola di Marsiglia (allora Massalia), che era stata fondata dai Focei intorno al 600 a.C.  Il commercio etrusco del vino diminuì sensibilmente e si focalizzò principalmente sui prodotti dell’artigianato e dei beni di lusso.

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Anfora vinaria etrusca rinvenuta in mare nei pressi di Populonia, dal museo del Territorio di Piombino (per gentile concessione)
Il vino era trasportato in anfore di terracotta, usate anche per la conservazione, antenate delle più note anfore romane. L’anfora etrusca sembra sia nata su modelli fenici e comparve con l’inizio della commercializzazione del prodotto. All’inizio presentavano iscrizioni a vernice rossa, come ad evocare la pratica del dono. Tuttavia poi si standardizzano, diventano tutte identiche, senza decorazione, una vera e propria produzione in serie.  All’interno erano spalmate di resina e chiuse con tappi di sughero sigillati con pece.  La forma era diversa a seconda del luogo di produzione ed evolvette nel tempo verso forme sempre più allungate, per facilitare lo stivaggio nelle navi.
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Diverse tipologie di anfore vinarie etrusche (da Cristofani, ed. Giunti)
Il disegno ricostruisce la scena di carico di una nave nel porto di Populonia, con anfore di vino (dal museo del Territorio di Piombino)

Nelle stive le anfore erano impilate in file parallele, le une sopra le altre, sfruttando gli spazi tra ansa e ansa della fila sottostante per infilarvi il puntale di quella soprastante.  I carichi erano bilanciati in modo da evitare il disequilibrio del battello.  Gli interstizi fra le anfore erano riempiti con ramaglie di ginepro o erica, giunchi o fascine, per evitare rotture e movimenti durante il trasporto.

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Ricostruzione grafica della stiva di una nave antica
Gli Etruschi rapiscono Dioniso

Dal VI sec. a.C. il mercante etrusco apparve raffigurato nella letteratura greca come un pirata, mentre il fenicio aveva il ruolo del commerciante scaltro. Quello greco, ovviamente, trionfava progressivamente sugli ostacoli, imponendosi sugli altri.  Tale iconografia, ovviamente molto di parte, aveva comunque un fondo storico: i viaggi commerciali dell’epoca non erano del tutto estranei ad episodi di razzie. Tuttavia si pensa che, più che atti pirateschi, si trattasse di una sorta di guerra corsara.

La figura dell’etrusco-mercante, ma soprattutto dell’etrusco-corsaro, provocò la diffusione di un mito che racconta il rapimento di Dioniso da parte dei pirati etruschi, rappresentato sui vasi greci a partire dal VI sec. a.C. Questo mito compare per la prima volta nel VII inno attribuito ad Omero, probabilmente riportando narrazioni orali arcaiche.

Il mito racconta che gli Etruschi trovarono su un’isola un bel giovinetto addormentato, dai riccioli neri ed un ricco mantello color porpora.

... dei pirati Tirreni arrivarono sopra una solida nave, avanzando veloci sul mare violaceo: un triste destino li guidava...

Pensando fosse il figlio di un re, lo presero per chiederne il riscatto. Dioniso, svegliatosi legato sulla nave, si trasformò in orso e poi in leone, mentre tralci di vite s’avvolgevano all’albero maestro. I pirati, atterriti, si gettarono in mare e furono trasformati in delfini. Il Dio risparmiò solo il timoniere, che si era opposto fin dall’inizio al tentativo di legarlo, in quanto aveva intuito la natura divina del ragazzo.

Exekias, Kylix con il mito di Dioniso e dei pirati tirreni trasformati in delfini (530 a.C. circa; ceramica a figure nere, diametro 30,5 cm, altezza 13,6 cm; Monac
kylix di origine attica (Grecia) ritrovata in Etruria, a Vulci (530 a.C.). Rappresenta la scena conclusiva del mito: Dioniso è sulla nave, con la vite che è cresciuta intorno all'albero e i pirati-delfini che nuotano intorno.

Sembra che gli Etruschi apprezzassero questo mito, infatti loro stessi lo rappresentarono, come nell’idria di Toledo.

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Hydria etrusca, detta di Toledo (perchè conservata a Toledo, in Ohio, USA), del Pittore del Vaticano 238, fine del VI-inizi del V sec. a.C.

A parte Omero, questo mito è ricordato di rado nella letteratura greca, se non in epoche successive, dove compare con diverse aggiunte o varianti. In epoca Ellenistica Pindaro sostiene che il rapimento è stato “commissionato” da Era, con Sileno ed i Satiri che partono alla sua ricerca. Torna ancora più frequente nella letteratura greca di epoca romana , con Apollodoro, Nonno di Panopoli ed altri autori.

A Roma il mito è citato da Ovidio nelle Metamorfosi, secondo il quale il rapimento sarebbe avvenuto sull’isola di Chio. Quando il giovane si risveglia, chiede di essere portato a Nasso. I pirati fingono di assecondarlo e, quando Dioniso se ne accorge, iniziano i prodigi. L’edera e la vite si avvolgono all’albero della nave, compaiono le diverse fiere. I pirati che si gettano in mare sono descritti in diverse fasi della metamorfosi in delfini. Poi emergono ed intrecciano una danza intorno alla nave. Si salva anche qui solo il timoniere, che giunge a Delo e diventa seguace del culto del Dio.

Nell’Edipo di Seneca i prodigi sono ancora diversi: il mare diventa un prato, con anche alberi ed uccelli. Igino racconta che i compagni di Dioniso (non era solo in questo caso) iniziano a cantare una canzone meravigliosa che affascina i pirati, i quali iniziano a danzare e nell’impeto cascano in mare. Luciano riprende questo passo, dicendo che Dionisio usa la danza per sottomettere i Tirreni, sottolineando l’importanza di essa nel culto del Dio.

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Mosaico romano di Dougga (Tunisia) (253 - 268 d.C.)

Gli studiosi pensano che originariamente il mito si ricollegasse ai riti d’iniziazione ai misteri dionisiaci, come insegnamento oppure come dimostrazione della punizione per chi non volesse riconoscere il Dio. Poi divenne una sorta di propaganda greca contro gli atti di pirateria etruschi.

In epoca ellenistica e romana prese però anche una connotazione escatologica, connessa al culto misterico di Dioniso, Dio della trasformazione e del rinnovamento, che può portare l'uomo alla salvezza. Il rapporto fra Dioniso (il vino) e il mare sono elementi e metafore del passaggio fra la vita e la morte, comunque molto presenti nella cultura greca e poi anche in quella etrusca. Il viaggio per mare rappresentava metaforicamente il viaggio verso l’Aldilà. Gli Etruschi credevano che fossero proprio i delfini ad accompagnare i defunti verso l’Isola dei Beati. La figura del delfino è proposta infatti nell’arte etrusca con significato simbolico-rituale legato alla morte, come in diverse tombe, ma anche di buon auspicio. Sicuramente questi animali acquatici era ben famigliari a questo popolo di navigatori.

530 a.C.; affresco; Tarquinia, Tomba della Caccia e della Pesca
530 a.C.; affresco etrusco di Tarquinia, Tomba della Caccia e della Pesca

Anche nell’arte romana rimarrà questo legame, con la rappresentazione del mito nei monumenti funerari. Viene però anche proposto in mosaici di abitazioni private.

Mi piace però pensare a questo mito in modo anche diverso: gli Etruschi rapiscono il Dio del vino, Dioniso, o meglio l’anima stessa del vino, e la portano in Occidente, in Italia, che diventerà sempre più la terra del vino per eccellenza.

Ora proseguiamo facendo un passo indietro: vediamo nel dettaglio come gli Etruschi passarono dalla raccolta dell'uva selvatica alla viticoltura vera e propria (qui)

Inno di Omero

Canterò Dionisio, il figlio dell’illustre

Semele. Apparve su un promontorio, lungo la riva

del mare infecondo, con l’aspetto di un giovane

nel fiore dell’età: aveva bei capelli scuri

e fluenti, e un manto purpureo gli copriva le forti

spalle. Subito dei pirati tirreni arrivarono

sopra una solida nave, avanzando veloci sul mare

Violaceo: un triste destino li guidava. Come lo videro,

si scambiarono un cenno, saltarono a terra, lo afferrarono

e subito le deposero sulla loro nave, pieni di gioia.

Pensavano infatti che fosse il figlio di sovrani

potenti, e decisero di legarlo con nodi crudeli.

Ma i nodi non lo stringevano, e i lacci caddero lontani

Dalle mani e dai piedi. Il dio rimaneva seduto, e sorrideva

con gli occhi scuri; il timoniere capì,

e subito parlò in questo modo ai compagni:

“Amici, chi è questo dio potente che avete preso

E tentate di legare? La nave ben fatta non ne regge il peso:

costui o è Zeus o Apollo dall’arco d’argento

o Poseidone, perché certo non assomiglia agli uomini

mortali, ma agli dei che abitano le case dell’Olimpo.

Presto, lasciamolo subito libero sulla terra

nera: non mettetegli le mani addosso, perché se si adira

può scatenare venti crudeli e una tempesta violenta”.

Così disse, ma il capo lo rimproverò con dure parole:

“Disgraziato, pensa al vento, e aiutami a tendere la vela:

tu tira i cavi, a costui provvederanno gli uomini.

Credo proprio che ce lo porteremo in Egitto o a Cipro

o fra gli Iperborei, o ancora più lontano; ma alla fine

ci dirà dove sono i suoi amici e le sue ricchezze

e i suoi parenti, perché ce l’ha mandato un dio”.

Così dicendo drizzava l’albero e la vela della nave.

Il vento gonfiò il centro della vela, e i marinai tendevano

i cavi. Ma presto si manifestarono ad essi dei prodigi:

prima sulla nera nave veloce si sentì un gorgoglio di vino

fragrante, dolce da bere, e ne emanava un profumo soave:

tutti i marinai furono presi da stupore, a questa vista.

Poi dall’alto della vela germogliò una vite,

da entrambi i lati, e penzolavano giù molti

grappoli; attorno all’albero s’avvolgeva un’edera scura,

densa di fiori, e vi crescevano amabili frutti;

tutti gli scalmi portavano ghirlande. Allora, vedendo ciò,

essi dissero al timoniere di spingere di nuovo la nave

a terra; ma il dio, a prua della nave, si trasformò

in leone terribile, dal ruggito altissimo, e al centro

creò l’immagine poderosa di un orso dal collo villoso.

L’orso si erse minaccioso, e il leone da prua

lanciava sguardi feroci; essi si rifugiarono a poppa,

stringendosi al timoniere che aveva mostrato saggezza,

e si fermarono terrorizzati. Il dio con un balzo improvviso

ghermì il capo, e gli altri a questa vista tutti insieme

si gettarono fuori nel mare lucente, per evitare la morte,

e diventarono delfini. Del timoniere però il dio ebbe pietà,

lo trattenne e gli concesse una sorte felice, dicendogli:

“Coraggio, buon vecchio, caro al mio cuore:

io sono Dioniso, il dio fremente; mi generò Semele,

la figlia di Cadmo, unendosi in amore a Zeus”.

Salve figlio di Semele dal bel volto, nessuno

che si dimentichi di te può comporre un bel canto.

(VII Inno di Omero)

Il mito di Dioniso e i Pirati Tirreni in epoca romana, Lucia Romizzi Latomus T. 62, Fasc. 2 (AVRIL-JUIN 2003), pp. 352-361 (12 pages) Published by: Société d'Études Latines de Bruxelles

Cristofani, Etruschi, ed. Giunti.

Gli etruschi, abili commercianti e navigatori. Gli scambi, i prodotti che compravano e vendevano, gli empori di Finestre sull'Arte, scritto il 24/06/2018


Ma quando si vendemmia?

AcinoOra l’uva sta finendo di cambiare colore (invaiatura). Dal cambio completo, passeranno ancora dalle 3 alle 5 settimane alla maturità perfetta. Ogni varietà ha il suo momento, alcune sono più precoci e altre più tardive.

Ma quando si vendemmia?

Banalmente si risponde: quando l’uva è matura. Facile? Ma come si capisce?

Non basta certo assaggiarla, come potremmo fare solo per mangiarcela: per questo basta che sia abbastanza dolce da soddisfare il nostro palato. Per fare un vino qualunque potrebbe essere anche sufficiente. Per fare dei grandi vini no!

I vignaioli cercano spasmodicamente di capire come cogliere quell’attimo perfetto.

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In realtà nel passato questa ricerca della qualità non era fatta proprio da tutti: fino a circa una trentina d’anni fa e andando indietro nel tempo, la cura produttiva non era una priorità così diffusa. Si vendemmiava quando più o meno l’uva era matura, spesso quando si trovava il tempo di farlo. Nel secondo dopo guerra, in molte aziende medio-piccole, i giovani in genere facevano altri lavori, per arrotondare gli scarsi introiti derivati dall’attività agricola.

Interessiamoci però a chi cercava la qualità e proviamo a chiedere a qualche esperto.

dionysusColumella (I sec. d.C.) ci direbbe:

“… i segni della maturità delle uve variano secondo gli autori.

Alcuni hanno creduto che sia giunto il tempo della vendemmia quando si vede una parte dei grappoli diventare molle; altri invece quando vedono le uve colorate e lucide, altri ancora quando vedono che cadono i pampini e le foglie.

Ma tutti questi segni sono fallaci: sono tutti fenomeni che si possono verificare quando i grappoli sono ancora immaturi, a causa delle intemperie dovute al troppo sole o dell’anno.

Allora altri hanno tentato di testare la maturità dal gusto dell’uva, stimandolo arrivato secondo che l’uva avesse un sapore dolce o acido. Anche questo segno però presenta qualche incertezza, perché alcune qualità di uva non diventano mai (completamente) dolci per la loro eccessiva asprezza.

La cosa migliore, come io stesso uso fare, è osservare la maturazione naturale di per sé.  Ora, la maturità naturale si ha se, spremuti i vinaccioli, i quali si nascondono nell’acino, essi sono scuri di colore o alcuni nerissimi. Nessuna cosa, infatti, può dare colore ai vinaccioli se non il raggiungimento della maturità naturale …”

(De Re Rustica”, 4 – 70 ca. AD).

 

Proviamo a chiederlo al dott. Pietro de’ Crescenzi, bolognese, che ce lo racconta nel suo “Ruralium Commodorum libri XII” (1304), riportando diversi pareri  (ho un po’ modernizzato nei termini il testo, tradotto dall’originale latino in volgare da Francesco Sansovino nel XVI sec.):

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  1. “Raccogliere le uve troppo presto fa sì che il vino sia sottile, infermo e che non dura. Altri raccolgono troppo tardi e le vigne hanno perso la loro forza. Si riconosce il momento della vendemmia al gusto e all’occhio.

  2. Avicenna, Democrito e l’Africano dicono che l’uva deve star matura sei giorni e non di più. E se l’acino dell’uva non è più verde ma nero o d’altro colore come dev’essere, secondo la varietà di quell’uva, allora vuol dire che è matura.

  3. Secondo alcuni, se si spreme l’uva ed il vinacciolo uscirà fuori mondo e senza polpa, dicono che l’uva è matura e si deve fare la vendemmia. Se invece esce fuori con parte della polpa, allora non è matura.

  4. Alcuni altri congetturano che è matura quando comincia ad appassire.

  5. Altri fanno una prova di questo tipo. Tolgono un acino ad un grappolo, che sia bellissimo e folto, e passati uno o due giorni, considereranno se il luogo dove c’era l’acino è lo stesso di prima e, se gli altri acini intorno non sono cresciuti, si preparano a fare la vendemmia. Ma se il luogo dov’era l’acino sarà rimpicciolito per la crescita degli altri intorno, aspettano di vendemmiar finché l’uva cresca.

  6. Palladio dice che si conosce la maturità dell’uva se spremendo i chicchi, i vinaccioli che si nascono negli acini sono scuri e alcuni quasi neri; perché questo avviene alla naturale maturità dell’uva.

  7. Si deve allora fare la vendemmia, e massimamente essendo la luna in Cancro, o in Leone o in Bilancia o in Scorpione o in Capricorno o in Acquario. Ma finita la luna ed essendo sotterra (luna nuova), si deve far vendemmia frettolosamente, come dice Borgondio nel libro delle vendemmie, il quale egli tradusse dal greco in latino. …

  1. Le uve troppo mature fanno il vino dolce ma meno potente e meno durevole di quelle del primo tempo. Le uve troppo acerbe fanno il vino acerbo. Ma le mezzane fanno il vino potente e che dura meglio.

  2. Le uve raccolte in luna crescente fanno il vino meno durevole, in luna calante di più. …”

Pietro raccoglie il sapere degli antichi e quello del suo tempo. Più o meno esso resterà quasi immutato per secoli (compresa la bella storia della luna, che ci siamo portati dal Medioevo fino ai nostri giorni…).

Solo la comprensione del fenomeno chimico della fermentazione (dalla fine Settecento in poi) portò poi a valutare sempre di più accuratamente il momento ottimale della raccolta.

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I nostri antichi esperti avevano ragione in diversi aspetti. Alcuni di questi punti infatti sono frutto di osservazioni accurate dei mutamenti del periodo della maturazione (si veda sotto). Tuttavia, anche se vere, permettono solo una valutazione grossolana, da sole non sono sufficienti per la finezza che vogliamo raggiungere oggi nel vino artigianale. Sicuramente erano sufficienti per le epoche passate, anche se queste conoscenze non erano alla portata di tutti, data l’ignoranza largamente diffusa nel mondo contadino.

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imagesOggi il momento migliore della vendemmia viene scelto, per ogni varietà e per ogni particella di vigna, dal confronto di diversi elementi dell’uva:

  1. il contenuto in zuccheri,
  2. l’acidità,
  3. il pH,
  4. i fenoli (tannini ed antociani) per le uve a bacca scura
  5. l’assaggio delle uve: solo la persona esperta, nel nostro caso Michele, sa valutare in questo modo elementi di maggior finezza altrimenti non rilevabili in altro modo, come la maturazione dei tannini dei vinaccioli, l’evoluzione aromatica del frutto, la consistenza della buccia...

I-Grande-21827-comment-ca-marche-le-refractometre.net Tutti questi elementi però non coincidono temporalmente fra loro, per il loro momento ottimale. È (di nuovo) il vignaiolo che, con grande esperienza e conoscenza e un po’ di estro personale, sa valutare come bilanciare il loro equilibrio.

Questo bilanciamento è diverso per ogni vino che andrà a nascere, in relazione alla tipologia (bianco, rosso, fermo, frizzante, giovane, da medio o lungo affinamento, passito, ...), al territorio, alle varietà impiegate, all’annata in generale e all’andamento stagionale nel periodo della vendemmia (se particolarmente brutto, potrebbe obbligare a forzare i tempi di raccolta). Si può anche sbagliare, comunque di poco se si è abbastanza esperti.

imagesIl momento veramente perfetto rimane comunque ineffabile, un mito forse, un infinito a cui tendere, ma che non saprai mai con certezza se lo hai veramente raggiunto. Da questa ricerca senza fine nascono i vini veramente grandi.

"Non essere mai soddisfatti, l'arte è tutta qui" (Jules Renard)

 

 

 

Tornando agli antichi, quanto avevano ragione?

httpwww.wining.itColumella, il primo vero e proprio agronomo della storia, non ci delude: scarta i parametri troppo variabili e non oggettivi. Riconosce che il colore dei semi cambia  sempre con la maturità. Questo è stato uno dei parametri più usato nei secoli dagli esperti, prima di avere le nostre analisi (che danno risposte più accurate). Il salto più importante di colore dei vinaccioli è all’invaiatura, quando da verdi diventano giallognoli / marroncini. Dopo scuriscono sempre più. Diventa però molto difficile valutare le diverse gradazioni di marrone / bruno.

(immagine a lato da www.wining.it)

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scala colorimetrica dei vinaccioli, Ristic et al. 2005

Per Pietro de’ Crescenzi vado per punti:

  1. Ineccepibile
  2. L’uva quando ha cambiato colore non è matura, ha bisogno di almeno 3-5 settimane prima di essere veramente pronta, sei giorni sono veramente troppo pochi.
  3. Vero. Anche questo è un parametro oggettivo della maturità dell’uva. La polpa, nel corso della maturazione, diventa sempre più molle e non rimane più adesa ai vinaccioli (o ad altre parti) come quando è acerba. Come detto sopra, da solo però questo elemento è insufficiente.
  4. No, potrebbe già essere troppo tardi, a meno che non si voglia fare vini passiti o da vendemmia tardiva.
  5. 9fbf2f7d5b88243be2c703279817c589-1Anche questo è un sistema da grandi osservatori. L’acino accresce la sua dimensione nel corso della maturazione e smette nella fase finale.
  6. Pietro cita Palladio (Rutilius Taurus Aemilianus Palladius, IV sec. d.C., autore di Opus agriculturae o De re rustica; fu l’ultimo autore agrario dell’epoca classica). Egli, a sua volta, riprende Columella. All’epoca di Pietro de’ Crescenzi, l'opera di Columella era conosciuta solo tramite le citazioni di altri autori. Il testo completo fu riscoperto solo nel 1417 dall'umanista fiorentino  Giovanni Francesco Poggio Bracciolini. Egli ne trovò una copia, dimenticata, in un monastero tedesco.
  7. All’epoca i momenti dell’anno erano indicati con osservazioni astronomiche, degenerate (a volte) nelle fantasiose descrizioni astrologiche. Qui Pietro sembra riferirsi più ad un periodo dell’anno.
  1. Quindi l’uva ideale non deve essere né acerba né stramatura (quando è più dolce ma perde l’acidità, per cui il vino non dura).
  2. La luna rischiara le nostre notti e ci fa sognare … nulla più.

Luna Vino-20160521-111300

 

https://vinoeviticoltura.altervista.org/la-maturazione-delluva/

https://www.docsity.com/it/accrescimento-e-maturazione-della-bacca-nella-vite/727805/

RUSTIONI ET AL., MATURITÀ FENOLICA VINACCIOLI: BASI CHIMICHE E NUOVO INDICE,

http://salvybignose.blogspot.com/p/technological-vs-phenolic-maturity.html

http://www.iaraosta.isiportal.com/context.jsp?ID_LINK=458&area=15

http://www.rivistadiagraria.org/articoli/anno-2017/indici-maturazione-la-maturita-tecnologica-delluva/

 

 


Un concorso su Instagram InstaContest Summer 2019

In collaborazione col Relais dei Molini di Castagneto Carducci abbiamo lanciato un piccolo concorso fotografico.

Immortalate la vostra estate nel nostro territorio con una bella fotografia, condividetela su Instagram con gli accorgimenti scritti sotto e potrete vincere, se riceverete tanti likes, un soggiorno al Relais dei Molini ed una selezione di nostri vini.

Condizioni:

- la foto deve essere stata scattata nell'estate 2019 sulla Costa degli Etruschi

- pubblicando la foto devi condividerla con @relaisdeimolini e @guado_al_melo

- inoltre usa gli # elencati nel volantino (vedi foto)

- devi essere follower delle nostre pagine (Guado al Melo e Relais dei Molini)

- la foto deve essere pubblicata come post e non nelle storie

Sono valide le pubblicazioni fino al 30 Settembre 2019

In bocca al lupo!

 


Criseo migliore vino della costa per Sommelier Toscana

Il nostro Criseo Bolgheri DOC Bianco è recensito dalla rivista dell'AIS Sommelier Toscana, potete leggere l'articolo completo qui   68716114_2618358098195678_59586408_n


Primo Levi e il viaggio di un atomo di carbonio

Ricordiamo anche noi Primo Levi, con alcune parti del suo bellissimo racconto Il Carbonio, dall’opera Il Sistema Periodico, perché parla anche di vino e vinai:

...Fu colto dal vento, abbattuto al suolo, sollevato a dieci chilometri. Fu respirato da un falco, discese nei suoi polmoni precipitosi, ma non penetrò nel suo sangue ricco, e fu espulso. Si sciolse per tre volte nell’acqua del mare, una volta nell’acqua di un torrente in cascata, e ancora fu espulso. Viaggiò col vento per otto anni, ora alto, ora basso, sul mare e fra le nubi, sopra foreste, deserti e smisurate distese di ghiaccio; poi incappò nella cattura e nell’avventura organica.
...
L’atomo di cui parliamo, accompagnato dai suoi due satelliti che lo mantenevano allo stato di gas, fu dunque condotto dal vento, nell’anno 1848, lungo un filare di viti. Ebbe la fortuna di rasentare una foglia, di penetrarvi, e di essere inchiodato da un raggio di sole.
...
E’ entrato a far parte di una molecola di glucosio, tanto per dirla chiara... Viaggiò dunque, col lento passo dei succhi vegetali, dalla foglia per il picciolo e per il tralcio fino al tronco, e di qui discese fino a un grappolo quasi maturo. Quello che seguì è di pertinenza dei vinai...

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Il punto sugli ibridi resistenti

L'altra settimana ho partecipato alla facoltà di agraria di Pisa ad un seminario sulle varietà (ibridi) resistenti di uva da vino. Sono andata con tanto entusiasmo, anche visto che sono in origine biologa vegetale (anche se ormai sono vent’anni che sono vignaiola). Sono tornata a casa con più domande che risposte ma anche voglia di fare.

Il fatto positivo è che dall’anno prossimo (salvo allungamenti burocratici) alcuni ibridi saranno autorizzati dalla regione Toscana. Noi vorremmo essere fra i primi ad accoglierne un po’ nelle nostre vigne per poterli sperimentare. Tuttavia, a chi pensa che gli ibridi siano una facile e rapida soluzione alla sostenibilità viticola, devo dire che il percorso è ancora lungo e anche questa via presenta luci e ombre, perplessità e prospettive.

La giornata è stata forse un po’ caotica, ma ricca di spunti. Purtroppo la parte più specifica e per me più interessante, l’assaggio e la discussione dei vini sperimentali, è stata un po’ ristretta nella parte finale del programma, momento in cui si arriva sempre tutti un po’ stanchi e con tanti altri impegni che chiamano. Eppure anche la parte introduttiva è stata utilissima. Il dott. Velasco, direttore del CREA, ci ha illustrato le tecniche di produzione e le opportunità offerte da questo sistema. Il dott. Materazzi, esperto di patologia della vite, ha  invece messo in evidenza soprattutto le perplessità o meglio i punti su cui ancora bisogna fare chiarezza.

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Gli ibridi sono studiati essenzialmente per resistere alle due principali malattie della vite, l’oidio e la peronospora (ne avevo già parlato molto in generale qui, mentre spiegavo la peronospora; notizie sull’oidio le trovate invece qui). Ci si concentra su queste perché sono quelle che presentano le maggiori problematiche ancora aperte sulla sostenibilità (per altre siamo già più avanti). Sono quelle che richiedono ancora un discreto uso di fungicidi, con quantitativi più o meno importanti a seconda della zona climatica e dell’andamento stagionale, oltre che per l’approccio più o meno sostenibile dell’azienda. In questo senso l’idea delle viti resistenti è ovviamente molto interessante.

Si legge a volte che con le viti resistenti non sia necessario fare più nessun trattamento. In realtà è una comunicazione scorretta. Se i produttori lo facessero, metterebbero a rischio la propria vigna.

Gli ibridi resistenti permettono di abbassare l’uso dei fungicidi ma non di abbandonarne totalmente l’uso. Le resistenze acquisite inducono una risposta di difesa della pianta a seguito del contatto col fungo, con la necrosi cellulare delle parti attaccate. Questa risposta può essere però più lenta dello sviluppo dal patogeno, soprattutto in situazioni di alta pressione della malattia, per cui sono necessari comunque dei trattamenti almeno nelle fasi iniziali. Negli studi di campo riportati nel seminario (fatti in Friuli, in una zona con alta umidità) gli ibridi in questione hanno permesso di passare dai 12-14 trattamenti col rame (contro la peronospora) a soli 2-3. Per l’oidio (con lo zolfo) ne hanno fatti 3-4 contro 12. Mi sarebbe piaciuto vedere il confronto con la viticoltura integrata, che fa già molti meno trattamenti di partenza, ma non era nei protocolli sperimentali.

Fin qui tutto bene, almeno abbastanza, ma i problemi sono emersi dopo. Prima di tutto l’aspetto che più ha colpito i partecipanti all'incontro è quello inerente ai costi e dei tempi di lavoro. Siamo molto all'inizio ma è un percorso che si prospetta molto lungo e costoso e con esiti ancora incerti.

Finora sono stati ottenuti alcuni ibridi resistenti in Germania e in altri paesi nordici. Alcuni ibridi tedeschi sono stati introdotti nelle regioni del nord-est d’Italia, autorizzati per i vini IGT. Sempre in quest’area il CREA, con Vivai Cooperativi Rauscedo, sta lavorando ad altri. La ricerca è comunque molto all’inizio nel nostro paese. Gli ibridi già ottenuti sono specifici per climi più freddi, poco adatti o comunque poco studiati per le differenti situazioni italiane. Uno dei progetti di ricerca in corso, presentato dal direttore del CREA, è sulla ricerca di ibridi resistenti per la Glera (Prosecco). Per ora hanno ottenuto 2-3 ibridi interessanti per questa singola varietà, ma ci sono voluti circa una decina anni di lavoro e diverse centinaia di migliaia d’euro d’investimenti. Rimane poi ancora da capire se i vini derivati saranno considerati comparabili a quelli del vitigno che dovrebbero andare a sostituire, soprattutto se saranno accettati dal mercato.

Se proviamo a moltiplicare queste cifre e questi tempi di lavoro per le varietà esistenti, considerando anche di dover sviluppare diversi ibridi adatti alle diverse situazioni ambientali, ecc., arriviamo a numeri molto importanti.

Rimane però ancora incerto l'aspetto del marketing. Questa non è ricerca pura ma al servizio di un settore produttivo. Dopo tanto lavoro, quanto verranno accettati dai mercati? Si è citato l’esempio virtuoso di un gruppo di produttori di uva da tavola pugliesi, i quali hanno investito con soddisfazione nel creare alcune varietà resistenti. Il problema è che si tratta di uva da tavola, appunto. Quanti fanno a caso al nome della varietà dell’uva da tavola? La maggior parte distingue forse solo fra uva nera e bianca. Invece il mondo del vino moderno si è legato, come non mai nella storia, alle varietà. Il rischio è di investire tanto per poi trovarsi degli ibridi abbastanza buoni ma comunque difficili da far accettate al mercato, al di fuori della nicchia dei consumatori più sensibili all’argomento o più curiosi. In Germania, dove sono più avanti, i vini derivati da queste varietà rimangono ancora una nicchia di mercato. Non pensiamo ai problemi relativi ad inserirli nelle nostre DOC.

Mettiamo di impegnarci, saranno poi risolutivi? Arriviamo quindi alle problematiche più agronomiche, evidenziate dal dott. Materazzi.

La prima problematica è la possibilità di rottura della resistenza che, a fronte di lunghi studi e investimenti, potrebbe obbligare a ripartire da capo. Infatti è possibile che la sempre maggiore diffusione degli ibridi porti nel tempo a sviluppare ceppi di funghi più virulenti e con cicli biologici molto più corti, capaci di superare le resistenze. Questa selezione avrebbe importanti ripercussioni anche sulla difesa delle vigne non resistenti, rendendola ancora più difficile di oggi. Il superamento di una resistenza può anche avvenire per altri motivi, ad esempio a seguito di infezioni virali delle viti.

La seconda considerazione si lega invece ad una visione olistica della viticoltura. La vigna è un sistema molto complesso, ogni volta che si va a variare un elemento, si vanno ad alterare gli equilibri in modo spesso imprevedibile. Come si comporteranno in vigna gli ibridi sul medio-lungo periodo?

Possiamo già prospettare che la forte diminuzione dell’uso di fungicidi potrebbe comportare l’effetto collaterale dell’esplosione di malattie oggi secondarie. Ci sono una serie di altri patogeni fungini che oggi sono considerati secondari. Non danno molti problemi perché sono tenuti sotto controllo indirettamente con gli stessi interventi fitosanitari che si fanno per peronospora ed oidio. Usando gli ibridi resistenti ed abbassando notevolmente l’impiego dei fungici, queste malattie potrebbero diventare importanti. Dovremo allora ricominciare ad usare i fungicidi contro di esse? Il beneficio acquisito verrebbe reso vano. Fra queste malattie ricordiamo l'escoriosi o i marciumi vari. I cambiamenti climatici in corso fanno prevedere che diventerà sempre più un problema diffuso la gestione in vigna dei funghi micotossigeni (che causano l’accumulo nel frutto e nel vino dell’ocratossina A), per ora ristretti ad alcune aree produttive molto calde.

Un’altra problematica importante è legata al fatto che, dati i tempi ed i costi già menzionati, si rischia che la ricerca si focalizzi su un gruppo ristretto di varietà, erodendo ulteriormente la già molto rosicata variabilità del germoplasma viticolo utilizzato. Detto in parole più semplici: chi spenderà tempo e soldi per fare questi studi su varietà minori oppure per cercare ibridi adatti a territori minori (o meno ricchi)? Se penso solo all'alta biodiversità delle nostre vigne: abbiamo circa un centinaio di varietà diverse!

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Alla fine della parte teorica abbiamo potuto assaggiare alcune micro-vinificazioni di 4 ibridi (2 del Sauvignon blanc, uno di Merlot e uno di Sangiovese) creati da VCR, provenienti da campi sperimentali in Friuli. Dei due Sauvignon uno mi è sembrato un po’ scarsino, l’altro più interessante. I due rossi mi sono piaciuti un po’ meno, anche se avevano buone acidità ma profili aromatici un po’ monocorde, senza complessità. Comunque non è facile giudicare da un punto di vista organolettico delle micro-vinificazioni, per lo più senza paragoni diretti con cui confrontarsi, se non la nostra memoria sensoriale. Non è facile neppure estrapolare i limiti dovuti alla natura sperimentale dei vini. Sarebbe già stato meglio poter assaggiare le prove dei campi sperimentali toscani. Ne hanno alcuni a Montalcino, Bolgheri e nel Chianti, anche se non hanno spiegato molto a proposito e non ho capito bene a che punto siano qui con la sperimentazione. Non dovrebbero essere così indietro se stanno chiedendo alla regione Toscana l'inserimento nelle varietà ammesse. Si è chiesto di poterli assaggiare più avanti: si vedrà.

In conclusione le perplessità sono ancora tante, in linea col fatto che è un percorso molto difficile, lungo, costoso e con probabilità di successo al momento ancora difficili da prevedere. I problemi di vigna sono molteplici e i benefici forse non così dirompenti (almeno al momento).

I relatori hanno chiesto che siano le aziende ad accollarsi questi costi ma fra i produttori e tecnici presenti è emersa soprattutto una riflessione di opportunità.  Non sarebbe meno costoso, meno problematico, oltre che conservativo delle varietà esistenti, continuare ad investire e lavorare sul miglioramento della difesa in vigna? In questi ultimi vent’anni sono stati fatti passi importanti in questo senso su tutto il settore, per lo meno se paragoniamo la viticoltura di oggi a quella di 30-40 anni (e più) fa. Se pensiamo poi alle forme più avanzate (integrata volontaria, per tanti aspetti il biologico), i passi sono stati da giganti. Sicuramente si può migliorare ancora, soprattutto implementando i sistemi di lotta biologica ed agronomici di prevenzione. In un sistema sempre più integrato, si potrebbe ridurre ancor di più l'uso dei fungicidi, trovandone magari altri ancor più sostenibili degli attuali ma efficaci sui patogeni primari ed anche secondari.

Così su due piedi è sembrato anche a me preferibile continuare su una strada che stiamo già percorrendo e che basta migliorare ancora un po’, a fronte dell’enormità di lavoro e problemi emersi per i vitigni resistenti. Questa mia valutazione è forse anche condizionata dal fatto di lavorare in un territorio, quello di Bolgheri, con basse problematiche fitosanitarie. Riusciamo già oggi a gestirle in modo sufficientemente buono (salvo rare annate difficili) con la difesa integrata, sia per la qualità dell’uva che per il basso impatto ambientale. Ciò non toglie che si possa migliorare ancora.

Ci sono però territori dove la viticoltura è più difficile e la pressione della malattie fungine molto più importante. Inoltre nella ricerca un conto è ragionare sull'oggi, un conto sulle possibili conquiste future, neppure troppo di fantascienza (vedete qui sotto). A volte filoni che sembrano un po' azzardati all'inizio, sono quelli che poi nel tempo potrebbero portare alle migliori innovazioni. Per questo è meglio non precludere a priori nessuna strada.

Per gli ibridi resistenti il limite maggiore rimane soprattutto quello tecnologico. Finchè si baseranno solo sull'impiego dell'incrocio tradizionale, non so quanto futuro potranno avere. Si tratta di un sistema troppo lento, con basse probabilità di successo e quindi molto costoso. Per altre colture è stato utile, ma solo per sistemi più semplici della vite, sia per numero di malattie che per la variabilità genetica della specie e le necessità d'adattamento territoriale. Vale la pena di investire così tanti soldi in un sistema zoppo già in partenza?

Sarebbe ben diverso se si riuscisse a lavorare con tecnologie più performanti, come il sistema CRISPR/Cas (qui potete trovare una spiegazione ben fatta di questa tecnica). Permetterebbe interventi più mirati e molto più veloci, con la possibilità di trovare molto più facilmente ibridi ottimali sia per la resistenza che dal punto di vista sensoriale (dei vini). Sarebbe anche più adatto a creare multi-resistenze, contro più malattie.  Non presenta inoltre le implicazioni etiche sollevate dagli OGM. In realtà la Comunità Europea al momento tende a considerarlo alla stessa stregua e questo è il più importante impedimento allo sviluppo di questo ambito.


19 luglio ore 21.15: Il vino e "Le vie del Giornalismo"

Venerdì sera 19 luglio, alle ore 21.15, a Castagneto ci sarà la presentazione, con l'autore, del libro "Il tempo di Adriano Olivetti" di Furio Colombo, nell'ambito della manifestazione "Le vie del giornalismo.

Prima dell'evento, presenteremo un nostro vino, l'Airone Vermentino 2018. La locandina è poco leggibile qui, per cui metto il link al programma completo, per gli interessati.

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Venerdì 19 luglio Furio Colombo e Maria Pace Ottieri Il tempo di Adriano Olivetti. Un giovane giornalista, Furio Colombo, arriva in Olivetti dalla Rai, attirato dall’idea di progresso e di futuro che negli anni Cinquanta si respira a Ivrea. Ma il futuro in quegli anni è anche la musica dei Beatles e di Bob Dylan, è l’America di Kennedy e di Martin Luther King, dove Adriano Olivetti lo manda alla ricerca di nuovi talenti. Un percorso di vita ed esperienze straordinario, in cui la visione olivettiana assume una dimensione internazionale e si confronta con sorprendente lungimiranza col nostro tempo. Furio Colombo è una tra le figure più note della cultura e del giornalismo italiani. Autore di celebri reportage da tutto il mondo, è stato dirigente di importanti aziende e parlamentare in diverse legislature.

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Food & Travel Italia 2019 Awards

Siamo lieti di comunicare che Attilio Scienza ha ottenuto il riconoscimento Awards 2019 di Food and Travel Italia per la ricerca e l'innovazione. Si tratta di riconoscimenti alle eccellenze italiane ed internazionali che si saranno contraddistinte per la loro qualità e per i loro servizi. I premi saranno consegnati ufficialmente il 4 ottobre al Forte Village Resort in Sardegna