cartina ville ed insediamenti locali
La mappa rappresenta i resti d’insediamenti trovati nel nostro territorio nel periodo 250-50 a.C. I quadratini sono le villae, i pallini chiari i villaggi, quelli scuri gli insediamenti minori. La linea spezzettata più a destra indica i margini del territorio collinare. Ho sovrapposto alla mappa storica  la posizione degli attuali borghi principali (Castagneto, Bolgheri e Bibbona), che all’epoca non esistevano ancora. In verde è tracciato più o meno l’attuale territorio del comune di Castagneto, in giallo di Bibbona e in azzurro parte di quello di Cecina. La mappa è tratta da “Ricognizioni archeologiche nel territorio di Volterra: la pianura costiera” di Saggin e Terrenato, Archeologia Classica.

Ho raccontato qui delle mutazioni del nostro territorio, passando dall’epoca etrusca a quella romana, ma anche di come non fosse cambiato così tanto il tessuto culturale e sociale, compresa l’agricoltura.

Vediamo ora meglio come erano fatte le villae  locali e di come qui si concluse l’era antica.

 

Le peculiarità della “villa bolgherese”.

Nell’ager Volaterranus nacquero numerose villae, le aziende agricole dell’epoca, dedicate alla produzione di vino, olio d’oliva e cereali. Solo nell’area più vicina a noi se ne sono trovate ben 19,  nate fra il II sec. a.C. e la prima metà del I sec. d.C., sopravvissute fin quasi alla fine dell’era antica.

Come si vede dalla mappa a lato (le ville sono i quadratini), la maggior parte si sviluppò nella pianura intermedia, lontane dalla costa acquitrinosa. Si pensa che fossero, con gli altri insediamenti, in prossimità del tracciato antico della via Aurelia. Altre sono nella pianura più alta o sulle prime colline (a destra nella mappa). Sono le stesse aree delle aziende agricole e vitivinicole di oggi. Non diamolo però per scontato: fra la prospera epoca Romana e la situazione attuale ci sono stati in mezzo molti secoli in cui il territorio era decisamente diverso, come vedremo.

Le villae romane più conosciute di altri territori italiani del centro e del sud, soprattutto quelle in Campania (di proprietà delle famiglie patrizie romane), furono aziende agricole anche molto ricche e redditizie. Erano molto specializzate e basate sul sistema schiavisitico. Il loro periodo di prosperità fu però relativamente breve. Con la concentrazione delle ricchezze di Roma in sempre meno mani, divennero latifondi sempre più grandi. L’ingrandimento fece però diventare sempre meno conveniente investire in agricoltura specializzata. Inoltre furono messe in crisi dalla concorrenza delle colonie non italiane e non ressero al minor prezzo di grano, olio e vino provenienti dall’Africa, dalla Spagna e della Gallia. Per questi motivi, oltre che per la crisi del sistema schiavistico, molte di esse scomparvero entro la fine del II sec. d.C. Altre si convertirono ad una produzione estensiva di cereali o, soprattutto, al pascolo e all’allevamento, con una degradazione del paesaggio agricolo sempre più spinta.

Quelle del nostro territorio, come di altri marginali, furono invece poco specializzate, economicamente più modeste, ma molto più durature. Queste ville sono infatti sopravvissute molto a lungo, fino alla fine (o quasi) dell’era antica, in genere fino al IV-V secolo d.C., in un caso addirittura fino al VI. Probabilmente fu proprio la loro dimensione più locale a renderle maggiormente longeve, meno soggette alla concorrenza esterna.

I resti trovati delle villae dell’ager Volaterannus coprono superfici che vanno dai 2.000 ai 10.000 mq. Non sappiamo invece, se non per ipotesi, quanto fossero grandi i terreni agricoli al loro servizio.

Ricordo che la villa comprendeva diverse parti, più o meno grandi, indicate con nomi legati alla loro funzione. La villa urbana non stava in città, ma era la parte riservata all’abitazione padronale; la villa rustica comprendeva invece gli alloggi dei lavoratori, le stalle e i magazzini degli attrezzi. La parte detta fructuaria comprendeva i magazzini dei prodotti agricoli, le cantine, i granai ed i fienili.

villa san vincenzinoPurtroppo delle numerose villae di Bolgheri e dintorni è rimasto poco o nulla. Una delle poche con alcune parti conservate è la Villa di San Vincenzino, , che è stata anche oggetto di scavi e studi approfonditi. Si trovo poco più a nord di Bolgheri, vicino alla foce del fiume Cecina (oggi Marina di Cecina). Era di proprietà della famiglia già menzionata dei Caecinae.

A lato vi è la ricostruzione della sua planimetria. Nella parte in alto di essa si vede anche la cantina, con i grandi dolii interrati in fila (le anfore da vinificazione). Sotto vi è una elaborazione in 3D ed il video che permette di esplorarla.

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I resti trovati delle villae dell’ager Volaterraneus comprendono materiale da costruzione (laterizi, tegole, pietre, ecc.), dolii e anfore di diverse tipologie. A differenza di quelle di altre zone, che nel tempo divennero anche dimore raffinate (nella parte della villa urbana), qui è raro trovare parti decorative lussuose. Forse erano meno usate come residenze dai proprietari, più dedicate a fini propriamente agricoli.

L’abbellimento è stato trovato solo in pochissimi casi, comunque avvennuto in epoca molto più tarda che altrove, solo dal II sec. d.C. ( altrove questa evoluzione era già avvenuta dalla fine del I sec. a.C.). Un esempio importante in questo senso è la Villa del Mosaico di Castagneto Carducci (vedi box). Anche la villa di San Vincenzino fu aggiunta di ricche decorazioni solo dalla fine del II secolo e, in più fasi successive, fino al V. Forse vi fu una scoperta tardiva dei piaceri della vita di campagna, piuttosto che un disamore per quella di città.  Forse non è un caso che questo nuovo corso corrisponda al periodo storico della decadenza di Volterra.

La Villa del Mosaico di Castagneto:  Museo_guarnacci,_Mosaico_romano_02Ai piedi della stessa nostra collina di Segalari, un po’ più verso Castagneto, fu ritrovata a metà Ottocento parte di una sontuosa villa romana a due piani. Fu chiamata Villa del Mosaico per via dei pavimenti a mosaico ben conservati. Risaliva all’età augustea (I sec. d.C.), mentre i mosaici erano il frutto di una ristrutturazione successiva, del II sec. d.C.

Data la mentalità dell’epoca del ritrovamento, i mosaici furono staccati e portati al Museo Guarnacci di Volterra. I resti della villa furono lasciati all’abbandono e sono ormai completamente scomparsi (forse le pietre furono usate per scopi costruttivi, come probabilmente per i resti di tante altre villae locali). I mosaici si possono vedere ancora oggi nelle sale del primo piano del museo, anche se non ne viene raccontata la storia e la provenienza. Almeno però si sono salvati.

 

Diverse delle caratteristiche particolari finora elencate delle ville dell’ager Volaterranus (la scarsa propensione economica, i proprietari di discendenza etrusca, la mancanza di una vita in villa del tipico stile romano, il rapporto particolare con le genti dei villaggi e dei piccoli insediamenti, ecc.) hanno fatto pensare agli archeologi che, almeno agli inizi, queste avessero un significato diverso rispetto alla mentalità romana.

Nella cultura romana la villa nacque come un investimento economico votato all’agricoltura intensiva, come racconta Catone nel II sec. a.C. Poi evolvette, come ci dice Varrone circa 120 anni dopo, come luogo di svago intellettuale e relax dei proprietari, un rifugio dalle tensioni sociali e politiche della vita di città.

Per i domini locali, dal nome romanizzato ma forse ancora molto legati alla cultura dei loro antenati, la villa all’inizio sembra rappresentare più un nuovo simbolo prestigioso di potere e di controllo del territorio, come lo erano stati i grandi tumuli tombali dei loro avi etruschi. La romanizzazione culturale sarà completata solo qualche secolo più avanti.

 

La commercializzazione del vino locale.

Anche se non erano villae molto ricche e sfarzose, producevano prodotti agricoli che rappresentavano un’ottima risorsa economica per il territorio: soprattutto vino, olio d’oliva e cereali. In parte erano consumati localmente ed in parte esportati, grazie ad una buona viabilità (la via Aurelia) e diversi scali portuali. Arrivavano a Volterra soprattutto via nave, lungo il fiume Cecina. Per Roma ed altre destinazioni partivano invece dal porto di Vada e da scali minori lungo la costa.

A noi interessa soprattutto il vino, del quale non sappiamo molto. Si è però potuta tracciare la sua commercializzazione, grazie al riconoscimento delle anfore di trasporto di produzione locale.

Sembra che all’inizio il commercio interessasse l’area nord dell’Etruria. Dal I sec. a.C. invece si espanse: sono state trovate anfore di vino dell’ager Volaterranus sulle coste liguri, in quelle della Gallia mediterranea, lungo le vie fluviali del Rodano e del Reno. Dal III al VI sec. d.C. il commercio tornò ad essere  principalmente locale, ma con ancora ritrovamenti di anfore a Roma e in Corsica.

anfore locali
Le anfore vinarie prodotte localmente, dal III sec. a.C., erano quelle dette greco-italiche (A). Dal II sec. a.C. furono sostituite da esemplari più grandi e capaci (circa 25-26 litri): tipo dressel 1 (B), poi (I sec. a.C.) dalle dressel 2-4 (C). Dal II sec. d.C., come successe un po’ in tutto l’Impero, la loro capacità si ridusse e con fondo più piatto, che sembra attestare una diffusione meno ampia (erano meno adatte al trasporto via nave, soprattutto per lunghi viaggi). Dal III al VI sec. prevalse l’anfora di tipo Empoli (D).

 

 

 

La crisi e il disfacimento di un territorio.

Già nel III secolo vi fu una crisi generale dell’Impero che nel nostro territorio non ebbe però grandi ripercussioni. Ne soffrirono più le piccole fattorie (infatti diverse scomparvero), meno le villae e i villaggi che mostravano attività minerarie. La vera crisi (di tutto l’impero Romano d’Occidente) iniziò fra il IV e il V sec., con difficoltà economiche e politiche sempre più importanti.

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Joseph-Noël Sylvestre: “Il Sacco di Roma dei Barbari 410” (1890)

Il degrado e l’incuria del territorio si diffusero sempre più anche a causa di uno spopolamento progressivo, dovuto all’inizio delle incursioni barbariche. Le prime furono condotte dai Visigoti (410-412), poi dai Vandali. Seguì poi la guerra greco-gotica, con le sue distruzioni, carestie e pestilenze, per finire con l’invasione longobarda (fine del VI sec.).

L’incuria e l’abbandono del territorio portarono al progressivo dilagare delle aree paludose costiere. La Maremma si riappropriava dei terreni che le erano stati strappati da millenni di lavori di bonifica e cura. E così resterà per molti secoli a venire.

Gli insediamenti umani diminuirono progressivamente ed i pochi rimasti si spostarono sempre più verso l’entroterra collinare. Da un lato le popolazioni sfuggivano al dilagare delle paludi costiere. Dall’altro si allontanavano dalla via Aurelia che, da risorsa, era ormai diventata la porta d’ingresso al territorio degli incursori.

La stessa via Aurelia si stava già degradando da tempo. Nel Tardo Impero molti tratti delle vie romane erano ormai impraticabili, senza più nessuna manutenzione da parte di governi sempre più deboli. Il già citato Namanziano, agli inizi del V sec., racconta che aveva dovuto affrontare il viaggio verso la Gallia per nave proprio a causa delle pessime condizioni dell’Aurelia:

“Ho scelto il mare perché le strade sono, in pianura, allagate dai fiumi e in collina piene di sassi. Da quando l’ager Tuscus e la Via Aurelia sono stati messi a ferro e fuoco dai Goti non c’è più fattoria che controlli la selva, non c’è più ponte che negozi un fiume, meglio contare sulle mie vele e prendere la via del mare.”oasi bolgheri6

La viabilità di pianura venne pian piano sostituita da nuovi percorsi posti più nell’entroterra, a mezza collina o di crinale, lontani dall’aria malsana delle paludi, seguendo anche lo spostamento degli insediamenti umani. Nacque così una viabilità alternativa più disorganica, che rispondeva soprattutto ad esigenze locali. Questo si rifletterà anche nella nascita delle nuove fondazioni medioevali di abbazie, villaggi e castelli, che avverrà ormai solo nelle terre più alte e di collina. Del Medioevo però parleremo un’altra volta.

La gloriosa e lunga era antica si chiudeva così, su un territorio ormai quasi spopolato e distrutto.

 

Dopo questo tuffo nella storia locale, nei prossimi post cercheremo di capire meglio come erano i vini di questa epoca e come erano prodotti.

 

 

 

Bibliografia:

“Storia del paesaggio agrario italiano”, Emilio Sereni (1961)

“Analisi di Agricoltura – la viticoltura e l’enologia presso i Romani”, Luigi Manzi, 1883, Roma tipografia Eredi Botta.

“Castello di Donoratico. I risultati delle prime campagne di scavo (2000-2002)” A cura di Giovanna Bianchi, Quaderni dell’università degli Studi di Siena.

“Populonia e la romanizzazione dell’Etruria Settentrionale”, Franco Cambi et al., Atti del Convegno Internazionale Sapienza Università di Roma,  7-9 maggio 2012, 2013.

“Le stele funerarie d’età imperiale dell’Etruria settentrionale”, di Giulio Ciampoltrini, in Prospettiva, 30, 1982, pp. 2-11

“Ricognizioni archeologiche nel territorio di Volterra: la pianura costiera” di Alessandra Saggin and Nicola Terrenato, Archeologia Classica, Vol. 46 (1994), pp. 465-482 (18 pages), Published by: L’Erma di Bretschneider

“Sepolture tardoantiche in Toscana (III – VI d.C.): i corredi e le epigrafi”, di A. Costantini, Published in “Studi Classici e Orientali”, 60, 2014, pp. 99-161

Il Museo Archeologico di Rosignano Marittimo – “Risorse e insediamenti nell’Etruria settentrionale Costiera” – Ministero per i Beni e le Attività Culturali – Polo Museale della Toscana, Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Pisa e Livorno, Comune di Rosignano Marittimo, Museo Civico Archeologico Palazzo Bombardieri

Pubblicazioni varie del Museo Archeologico del Territorio di Populonia e dei Parchi della Val di Cornia.

“Il paesaggio come risorsa – Castagneto negli ultimi due secoli”, Mauro Agnoletti, 2009, Ed. ETS.

Http://www.compagniacavalierideltau.it/2018/03/09/una-viabilita-politicizzata-bizanti-e-longobardi-soldati-e-pellegrini-tra-le-strade-della-toscana-altomedievale/

https://tuttatoscana.net/storia-e-microstoria-2/la-via-aurelia-ed-aemilia-scauri-secondo-itinerario-da-ostia-a-centumcellae/

https://tuttatoscana.net/storia-e-microstoria-2/la-via-aurelia-ed-aemilia-scauri-quarto-itinerario-da-salebro-a-portus-pisanus/

https://www.toscanaeventinews.it/cecina-un-video-in-3d-degli-studenti-del-marco-polo-ricostruisce-la-villa-romana-di-san-vincenzo-e-ci-sono-anche-le-musiche-antiche-di-francesco-landucci/

https://www.museoarcheologicocecina.it/il-museo-archeologico/la-villa-romana-di-san-vincenzino/