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"Lascia ad altri i fiori
ancora troppo lontani.
Il tuo pensiero resti con i semi
e con la salda stretta delle radici ..."
(Margherita Guidacci, "A me stessa")

Continuiamo a parlare di radici. Vediamo ora le loro funzioni e le influenze che hanno le tecniche colturali sul loro sviluppo.

Acqua e stress idrico

Le radici influenzano la produzione della vite soprattutto in base alla loro capacità di assicurare l’acqua. Si sono evolute per sopravvivere in un ambiente al limite per essa, per cui se ben gestite possono esserci di grande aiuto per superare le difficoltà legate al cambio climatico.

La vite non ha bisogno di tanta acqua, anzi ormai è assodato che produce uva di maggior qualità quando è un poco stressata, non col massimo del suo vigore. Lo stress però non deve essere più del necessario, altrimenti scade al qualità dell’uva e, quindi, del vino. Soprattutto in certi momenti del suo ciclo, la pianta deve avere l’acqua che le serve in modo regolare. Viceversa, la vite non ama l’eccesso di acqua ed evita, se può, le zone di ristagno. Con le radici si avvicina alla falda acquifera e assorbe l’acqua che per capillarità risale sopra ad essa. La falda freatica si ritira nel corso della primavera e con l’inizio estate. Le radici, che sono in fase di attiva crescita, se non trovano ostacoli, la seguono.

L’assorbimento dell’acqua avviene soprattutto grazie alle radici più sottili, per questo è importante il loro ottimale sviluppo. Anche quelle legnose (con la corteccia) hanno però un ruolo, mentre una volta si pensava che fossero completamente escluse da questa funzione. Ormai invece si è appurato che intervengono anch’esse, soprattutto al risveglio della vite, quando quelle sottili sono molto poche (come abbiamo già visto). Le radici lignificate possono assorbire acqua dalle frequenti rotture o fessurazioni che si formano nella corteccia per lasciare emergere radici laterali. Hanno però una capacità molto inferiore di assorbimento rispetto quelle non lignificate (meno 40-70%).

L’assorbimento ed il trasporto di acqua avvengono nella pianta soprattutto per una sorta di forza di “risucchio” che si crea per la perdita che avviene per traspirazione da parte delle foglie. Le molecole d’acqua sono fortemente coese fra loro e schiacciate nei tubi sottili dello xilema (per questo si parla di capillarità): formano così come una specie di trenino, fatto di tanti vagoni legati fra loro, che sono trascinati verso l’alto.

Gli stomi sono piccole aperture regolabili da parte della pianta, che si trovano sulle foglie. Attraverso di loro avvengono gli scambi gassosi con l’atmosfera, ma anche la perdita di acqua, che può essere controllata.

Al risveglio primaverile però le foglie non ci sono ancora. In questa fase la spinta nasce dalle radici. Quando il suolo inizia a scaldarsi, le radici riprendono l’attività metabolica e si crea un potenziale osmotico che fa assorbire acqua. L’assorbimento genera una pressione nelle radici che spinge l’acqua verso l’alto. Le radici sono capaci di una pressione molto forte: si è calcolato che potrebbero trasportare l’acqua fino ad un’altezza di 35 metri. Poi la vite germoglia e le foglie diventeranno sempre più numerose. Quando ci sono abbastanza foglie traspiranti, esse diventano predominanti nel condurre il processo.

All’inizio della primavera, quando la vite inizia ad assorbire acqua, si vede il famoso “pianto della vite”: dai punti di taglio delle potature escono delle goccioline. È il primo segno di risveglio della pianta, ben prima che inizi a germogliare.
L’acqua entra nella pianta per diverse vie. Alcuni ingressi sono controllati fin dal principio, con un passaggio attivo attraverso le cellule (detta “via simplastica”) e le loro membrane (“via trans-membrana”). Parte dell’acqua però entra per semplice infiltrazione negli spazi intercellulari (“via apoplastica”). Anche questa acqua ad un certo punto trova una barriera, più all’interno: una fascia impermeabile fatta soprattutto da suberina (formata da quelle che sono chiamate le strisce caspariane dell’endoderma) che blocca il flusso. Anche questa acqua, con i suoi contenuti, può proseguire il cammino solo entrando nelle cellule di questo strato. Poi di nuovo si muoverà per via apoplastica fino ai vasi xilematici.

Come fa la pianta a regolare il flusso dell’acqua? La vite, in seguito ad uno stress idrico, mette in gioco tutta una serie di cambiamenti che sono guidati dagli ormoni, prodotti per lo più dalle radici, che vedremo dopo. Fra le diverse risposte c’è la limitazione della traspirazione con la chiusura degli stomi, lo stimolo della crescita radicale, l’inibizione della crescita dei germogli, la produzione di proteine che evitano l’essicamento delle membrane cellulari, ecc.

In generale, la vite ha, più di tante altre piante, una grande capacità di resistere alla siccità. Questo dipende dalla sua capacità di formare, se necessario, radici anche molto lunghe che riescono ad esplorare il suolo e a raggiungere le zone più umide. Questa capacità è indispensabile nei climi mediterranei dove l’estate è arida ma, se la natura del suolo lo consente, le radici riescono a raggiungere le zone umide più profonde o lontane.

In un clima siccitoso ci sono però altri problemi per le piante. Se una parte delle radici non riesce a trovare l’acqua, potrebbe seccare e morire. Inoltre, immaginate una cannuccia dove si aspira troppo forte: le pareti si potrebbero schiacciare, bloccando ogni altro trasporto. La grande capacità della vite di resistere agli stress idrici dipende anche dalla sua particolare resistenza alla contrazione dei vasi xilematici. Questo succede anche perché la vite, comunque, non è una semplice cannuccia d’aspirazione. L’acqua non entra solo per forze fisiche, ma, come detto, l’organismo controlla e regola il flusso. Inoltre, rispetto ad altre piante, la vite ha un sistema xilematico relativamente poco sottile. Per questo, si dice che la vite ha una bassa resistenza idraulica: il “risucchio” non è comunque mai troppo forte (se non in condizioni veramente estreme). Per lo stesso motivo le radici che restano a secco non muoiono: si riesce a ridistribuire velocemente l’acqua disponibile anche ad esse. Questo fenomeno è detto conduttività idraulica radicale.

Tuttavia, in condizioni molto estreme, anche la vite può soffrire, perché la spinta può diventare troppo intensa. Si possono formare delle bolle d’aria nei vasi (embolismo) che interrompono la colonna d’acqua e ostacolano il trasporto.

Sali minerali

Oltre all’acqua, le radici assorbono anche i sali minerali, fondamentali per la nutrizione della vite, per supportorare tutte le sue funzioni vitali. Alcuni, come il fosforo e l’azoto, sono indispensabili per stimolare la stessa crescita e ramificazione delle radici.

La vite ha la reputazione di poter vivere in suoli molto poveri per la sua capacità di utilizzare le minime presenze di minerali e di “andarli a cercare”. Infatti le radici hanno un potente chemiotropismo: si sviluppano in direzione di dove trovano gli elementi nutritivi. Per questo è importante che non ci siano concimazioni troppo intense soprattutto nei primi anni della vigna, altrimenti le radici sarebbero indotte a concentrarsi solo nelle zone concimate e non sarebbero stimolate a svilupparsi a pieno.

Le radici della vite hanno anche la capacità di riuscire ad evitare, fino ad un certo punto, l’intossicazione per eccessi, come ad esempio di sodio o metalli, come l’alluminio ed il rame. Il loro trasporto si blocca nelle radici, dove vengono immagazzinati.

L’assorbimento degli elementi minerali avviene principalmente nelle radici più sottili. Alcuni, come il potassio, possono migrare per centimetri, l’azoto anche oltre 10 cm. Alcuni elementi invece (come il boro, il fosforo e il calcio) per poter essere assorbiti devono essere nelle immediate vicinanze della radice, a pochi millimetri. In questi casi può tornare utile l’aiuto delle sottili ife delle micorrize.

L’assorbimento degli elementi minerali del suolo, così come per l’acqua, può avvenire sia passivamente che attivamente. I sali minerali sono assorbiti in forma di cationi ed anioni. Come per l’acqua, il passaggio nell’endoderma è solo attivo, previa neutralizzazione delle cariche. Gli ioni sono legati a delle molecole trasportatrici, che li accompagnano nel passaggio attraverso le membrane cellulari e poi nel flusso xilematico.  

L’assorbimento dei sali minerali non è continuo. Capirne i cicli è fondamentale per capire quali sono i momenti di maggior fabbisogno della vite. Ad esempio, uno degli elementi più importanti è l’azoto, il cui assorbimento ha picchi e periodi di stasi nel corso dell’anno. Dal risveglio fino al termine della fase di crescita veloce dei tralci, la pianta sembra dipendere soprattutto dall’azoto accumulato l’anno precedente. La vite ricomincia ad accumulare azoto dopo la fioritura, fino all’invaiatura. Dall’invaiatura alla vendemmia, l’assorbimento ha un arresto ed i grappoli sono riforniti soprattutto da quello accumulato fino a quel momento. Dopo la vendemmia ricomincia l’assorbimento radicale: è un momento importante per ripristinare le scorte, in vista del futuro germogliamento. Le radici continuano ad accumulare azoto fino alla caduta delle foglie.

Per il ferro, uno dei momenti più difficili per la pianta, in cui può mostrare sintomi di carenza, è quello della fase di pre-fioritura. Questo succede perchè il ferro è assorbito soprattutto dalle punte delle radici più sottili che, in questa fase, possono ancora non essere sufficienti nei climi più freschi. Comunque, c’è un’enorme differenza fra i diversi portinnesti nella capacità di assorbire i diversi elementi minerali dalla soluzione del suolo, rendendoli più o meno sensibili a certe problematiche di carenze.

Immagazzinamento di riserve nutritive

La vite non accumula solo azoto ma anche altre scorte per supportare certe fasi particolarmente difficili della sua vita. Le scorte sono fatte di sali minerali, zuccheri ed altre sostanze (aminoacidi, acido citrico, ecc.). Gli zuccheri sono prodotti con la fotosintesi e sono immagazzinati in una forma conservabile, l’amido. Quando questo serve, si attivano degli enzimi che demoliscono l’amido in zuccheri (soprattutto saccarosio, oltre che glucosio e fruttosio). Tutte le parti legnose della pianta possono fungere da siti di accumulo delle riserve, ma l’80% dell’amido ed il 70% di azoto di scorta si trovano nelle radici, il resto nel tronco. Il potassio, ad esempio, è invece maggiore nel tronco.

Il risveglio primaverile della vite dipende totalmente dalle riserve. Non può essere altrimenti: in questa fase le foglie non ci sono ancora (per produrre gli zuccheri con la fotosintesi) e le radici più sottili, quelle più assorbenti, non si sono ancora ben sviluppate. Le riserve rimangono importanti per tutta la fase di crescita dei germogli. Poi vengono in parte ripristinate, per essere di nuovo consumate per supportare la crescita dei grappoli. Infine, sono ripristinate in modo molto importante dopo la vendemmia, per garantire la possibilità alla pianta di ricominciare un nuovo ciclo la primavera successiva.

Dopo la vendemmia, a differenza di quanto si potrebbe pensare, che la vite andrà in riposo e non ha quindi bisogno di molto, in realtà in questa fase sta lavorando alacramente per accumulare scorte. Quindi, è fondamentale che abbia la corretta disponibilità di nutrienti, soprattutto azoto e potassio, e che possa continuare a fare fotosintesi finché può. Diversi studi hanno dimostrato che le viti che hanno accumulato scarse riserve in autunno, al momento del germogliamento producono un numero limitato di germogli e avranno una scarsa crescita dei tralci. L’accumulo autunnale può essere alterato da stress ambientali come l’eccessiva siccità, l’eccesso di acqua, l’impoverimento del suolo, … Per questo si dice che un’annata non influisce solo sulla propria produzione ma anche (in parte) su quella successiva. Possono avere un effetto negativo anche cattive pratiche colturali, come potature troppo anticipate (fatte prima della caduta naturale delle foglie), cattive gestioni del suolo, carenze di concimazione, ecc.

La produzione degli ormoni

Un’altra importantissima funzione delle radici è la produzione di buona parte degli ormoni, quei messaggeri chimici che modulano la reazione della vite al suo ambiente. Ricordiamoci quindi che qualsiasi condizione negativa che impedisce la crescita e la funzione delle radici, interferisce sulla sintesi degli ormoni, modificando così le prestazioni generali della pianta.

I principali ormoni delle piante sono un gruppo di molecole che si suddividono in 5 famiglie: le auxine, gli acidi gibberellici o gibberelline (GA), le citochinine, gli acidi abscissici (ABA) e l’etilene. I primi tre sono legati principalmente a stimoli di crescita della pianta, gli ultimi due soprattutto all’invecchiamento e alla maturazione dei frutti. L’ABA è fra i più importanti per la risposta allo stress idrico, con la regolazione della chiusura degli stomi. Questi ormoni non agiscono mai da soli, ma sempre in relazione l’uno con l’altro. Tutti i processi di crescita, sviluppo e maturazione della vite sono il risultato dei rapporti variabili di questi ormoni. Si crea così la possibilità di una regolazione molto fine e differenziata.


La produzione degli ormoni dipende dagli stimoli dell’ambiente esterno, sia naturali che quelli provocati dagli interventi dei vignaioli (potature o cimature, per esempio). L’aspetto meno atteso è che gli stimoli più importanti non vengono tanto dall’ambiente aereo ma spesso da quello del sottosuolo, cioè quelli che agiscono sulle radici: il ristagno idrico, l’aridità, la salinità, le carenze nutritive, i danni alle radici dovuti a fenomeni di tossicità per varie sostanze, i parassiti, il taglio delle radici, ecc.


Non è un ormone, ma le radici delle viti sono anche la principale zona di produzione e di accumulo dell’acido citrico. Da qui viene trasportato alle parti aeree, dove viene ossidato ad acido malico.

L’influenza delle tecniche colturali

Ne ho già parlato nel corso della descrizione delle radici, ma qui aggiungo altre pratiche agricole che hanno una forte influenza sullo sviluppo delle radici.

Un momento centrale, ma spesso trascurato, è quello della nascita della vigna. Numerosi studi hanno dimostrato che errori fatti in questa fase, in relazione all’apparato radicale, compromettono tutta la vita futura della vigna, sia nella qualità della produzione che nella sua longevità. L’impianto della vigna è fondamentale: si ha una sola possibilità di farlo bene, dopo è impossibile intervenire. Prima di tutto viene, ovviamente, la scelta di dove fare la vigna, in relazione a quanto spiegato finora sull’importanza del suolo. Quindi, è fondamentale conoscere bene il proprio suolo con analisi geologiche ben fatte per poterne capirne la potenzialità viticola, guidare le scelte di impianto e poi di gestione futura. Un’altra fase essenziale è la preparazione del terreno. Questo lavoro preparatorio condiziona la profondità effettiva del suolo. Si è visto che uno scasso assente o poco profondo limita in ogni caso la crescita radicale agli strati più superficiali e non ci potrà mai essere una colonizzazione radicale sufficiente.

Esempio di crescita radicale in due condizioni: da un lato della vite si vede l’espansione radicale in un suolo preparato (a sinitra nel disegno e speculare nella foto). Dall’altro lato, dove non si era fatto lo scasso, la crescita radicale è notevolmente ridotta.

Numerosi studi hanno anche dimostrato come anche il modo in cui si piantano le viti influisce sulla crescita delle radici e sulla loro distribuzione per tutta la vita del vigneto. Sistemi di scavo che compattano troppo la terra sui lati e sul fondo, come la classica pala, creano come delle piccole gabbie da cui le radici non riusciranno più ad uscire. La riduzione radicale si riflette anche in una crescita debole fuori terra. Sono anche rilevanti la profondità dello scavo (se poco profondo, la vite muore spesso per essicamento; se troppo profondo, viene inibita la crescita delle radici verso il basso), buchi troppo piccoli, tagli eccessivi delle radici delle barbatelle, la distribuzione delle radici nella buca di scavo, ecc.

In questo esempio si vede a sinistra la radice minuscola di una vite di 25 anni che era stata piantata in una piccola buca dalle pareti compatte. Si è arrotolata su se stessa nel tentativo di trovare una via di uscita. A destra, una pianta di 1 anno, piantata in modo adeguato, con radici molto più espanse e ben distribuite di quella più vecchia (foto E. Archer).

Di media, si è visto che, con l’aumento della fittezza di impianto della vigna, si ha una diminuzione della massa radicale per ogni vite (come atteso). Si è visto anche che aumentando la fittezza si ha in genere un aumento della densità delle radici, soprattutto nei profili più profondi del suolo, con un uso migliore del volume disponibile. Aumentando però troppo la fittezza, questo effetto positivo decade, con una riduzione del vigore che può diventare eccessivamente penalizzante sulla qualità dell’uva. Inoltre, con densità di impianto troppo elevate, le risorse del suolo si possono consumare troppo velocemente, prima del termine della stagione di crescita, soprattutto nei terreni più aridi e poveri. La scelta dell’ampiezza di impianto dovrebbe, quindi, essere determinata dalla potenzialità del terreno di indurre la crescita vegetativa. Ricordiamoci che è un leggero stress a dare uva migliore. Uno stress troppo elevato produce uve (e vino) povero.

Una volta fatto l’impianto, è importante poi mantenere il suolo al meglio per far star bene le radici. Uno dei problemi principali è che nel corso del tempo il suolo tende a compattarsi ed impoverirsi. Ad esempio, si è visto che il passaggio dei mezzi nella vigna può creare una suola di compattazione che arriva anche a 60 cm di profondità.

La scelta della lavorazione (con quale frequenza, profondità e dove farla) è legata ad ogni situazione specifica. La lavorazione ha comunque un’azione distruttiva inevitabile sulle radici dello strato lavorato. La potatura radicale è molto discussa nella sua utilità. Se fatta male, troppo profonda o troppo frequente, ha un’inevitabile ripercussione limitante sulla crescita della pianta. Se fatta in modo leggero, può causare un leggero stress della vite che aumenta la qualità dell’uva. Inoltre sembra che spinga le radici a colonizzare parti di suolo fino a quel momento inesplorate. In generale, rispetto al passato, oggi si evitano le lavorazioni profonde, che rovinano comunque troppo l’apparato radicale e quelle continue. Oltre all’effetto distruttivo sulle radici, compattano troppo il suolo per i numerosi ingressi con i mezzi.

Le radici che più subiscono le influenze del lavoro del vignaiolo sono quelle superficiali, dette anche di intercettazione e che di norma stanno fra i 7,5 e i 25 cm di suolo. Numerosi studi hanno mostrato come le diverse gestioni del suolo agiscono su di esse. Le radici più superficiali si mantengono in un suolo gestito con i diserbanti o con la pacciamatura, mentre sono assenti quando il terreno è lavorato o coperto di erba in crescita, per un effetto di competizione. Possono diminuire in ogni caso col suolo nudo, perchè è più sottoposto alle fluttuazioni di temperatura e all’eccessiva secchezza. Comunque, nei diversi modi di gestire il suolo ci sono conseguenze sulle radici che possono diventare vantaggi o svantaggi a seconda della propria situazione pedo-climatica. Se non conosciamo come è fatto il suolo sotto di noi, non possiamo scegliare la gestione migliore per le nostre vigne, se non andando a caso. Ad esempio, la copertura con erba limita le radici della vite negli strati più superficiali del suolo, ma può stimolare positivamente l’esplorazione di quelli più profondi. Si tratta però di un vantaggio solo se il suolo è realmente profondo e se questi strati sono utilizzabili dalle radici.

Nella tabella si vede un esempio di diversa distribuzione radicale con diverse forme di gestione del suolo: A. diserbo; B. copertura permanente con pulizia del solo sottofila; C. lavorazione continua. Nel primo caso c’è una presenza maggiore di radici negli strati più superficiali. Con la copertura, si ha una distribuzione più regolare lungo tutti gli strati. Nel caso della lavorazione continua, mancano del tutto le radici più superficiali. Questa situazione può variare in base anche al clima.

Anche la concimazione ha un effetto importante sull’apparato radicale. Ad esempio, si è visto che l’apporto di materiale organico che ha il migliore effetto sulla crescita delle radici è quello fatto con gli scarti vegetali, come i tralci sminuzzati delle potature. Questi creano anche uno strato di pacciamatura che rende più stabile la temperatura del suolo ed evita un’eccessiva secchezza superficiale, oltre che un effetto naturale di limitazione delle infestanti. Invece si è visto che l’uso costante e in quantità di letame deprime la crescita radicale. Sembra che abbia un effetto di eccessiva salinizzazione del suolo e, a lungo termine, causi anche un avvelenamento da nitrati. Ha però un effetto maggiore sulla crescita dei tralci, aumentando molto il vigore. Tuttavia, bisogna ricordare che la vite non si nutre di materiale organico ma di sali inorganici. Non è così scontata una mineralizzazione sufficiente alle esigenze delle vite. La concimazione inorganica non deve comunque essere trascurata al bisogno.

Le ricerche sull’irrigazione sono molto più frequenti nei paesi del nuovo mondo rispetto al vecchio. Siccome le radici sono guidate fortemente dell’acqua nella loro crescita, si è visto che la realizzazione e la gestione del sistema di irrigazione ha una fortissima azione sul loro sviluppo. Ad esempio, gli impianti troppo mirati e superficiali, come quelli a goccia, tendono a limitare enormemente lo sviluppo delle radici, soprattutto se usati nei primi anni. Le radici si concentrano così nella piccola parte di suolo dove trovano acqua e diventano dipendenti dell’irrigazione per sempre, anche quando non sarebbe necessaria. Gli impianti, se servono, andrebbero realizzati in modo da favorire uno sviluppo radicale ottimale.

Anche tutte le altre fasi di lavori in vigna hanno un effetto sulle radici, anche se gli studi non sono numerosi. Ad esempio, più il sistema di allevamento è espanso, più le radici tendono ad una colonizzazione intensa del suolo, per soddisfare le maggiori esigenze della chioma. Studi sulla relazione fra potatura ed apparato radicale hanno dato risultati abbastanza contrastanti. Sembra che l’apparato radicale sia più stimolato a crescere con potature medie. L’effetto sembra negativo sulle radici con i due estremi: potature troppo severe o viceversa con carichi di gemme troppo elevate. Il diradamento delle foglie sembra comportare dei benefici sulla crescita radicale e lo sviluppo in particolare delle radici sottili. Deve però essere ben calibrato per la situazione climatica. Se fatto troppo presto o troppo intensamente, diminuisce invece la densità delle radici, anche di quelle più spesse.

Spero di avervi fatto comprendere l’importanza centrale delle radici e quindi di come la loro cura debba essere privilegiata, a partire dalla realizzazione della vigna. La vite è in grado di sopportare gli stress ambientali, oltre che produrre vini di grande qualità, solo se riesce a sviluppare un apparato radicale ottimale. Capiamo quindi come sia importante conoscere tutti gli aspetti che influiscono sullo sviluppo e sulla crescita delle radici: conoscere il proprio suolo, il proprio ambiente climatico, capire come ogni pratica agricola ha la sua influenza, …

Chi ama le proprie viti non si ferma alla superficie.