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Paolo Porfidio
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Viticoltura e migrazione: fra insetti pestiferi e voglia di riscatto.

Lavoratori piemontesi dell’Italian Vineyard Company, California (Cal Poly Pomona, University Library Special Collections)

Lavoratori piemontesi dell’Italian Vineyard Company, California (Cal Poly Pomona, University Library Special Collections)

Mi sono imbattuta per la prima volta nel legame fra viticoltura e migrazione quando ho studiato il tema della fillossera e ne ero stata affascinata. Mi ero ripromessa di fare degli approfondimenti ed eccovi un primo risultato.

La viticoltura o meglio le crisi viticole, come quella scatenata dalla fillossera, sono state una causa importante di migrazione. In effetti, questo insettino ha fatto danni incredibili, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento in poi. Devastò letteralmente le vigne d’Europa e la crisi economica che ne derivò fu una delle cause che spinsero milioni di europei a migrare altrove. In Italia colpì verso la fine dell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento, con la devastazione di intere regioni viticole. Tutta la nostra viticoltura ne uscì profondamente trasformata, al punto che si parla di una viticoltura pre e post fillosserica. Alcuni territori ce la fecero a ripartire, alcuni più velocemente, altri più lentamente. Altri non ce la fecero proprio o, comunque, non sono più riusciti a tornare alle produzioni vinicole precedenti.

Ho scoperto, però, che la viticoltura non è stata solo una causa ma spesso anche motivo di riscatto per chi migrava. I tanti vignaioli che furono costretti a partire dall’Italia, a causa della fillossera o per tanti altri motivi, hanno portato con sé un enorme baglio di conoscenze e professionalità che spesso sono tornati loro utili nei luoghi di destinazione. In alcuni paesi di arrivo, i nostri migranti hanno contribuito a gettare le basi di un settore economico che, in alcuni casi, è diventato anche molto importante.

I vignaioli hanno portato con sé conoscenze, hanno modellato i paesaggi ed introdotto a volte anche le nostre pregiate varietà di uva. Questo è avvenuto, in alcuni casi, anche illegalmente. Infatti era spesso proibito importare piante nei paesi di destinazione e questo ostacolo fu superato in diversi modi. I semi furono cuciti negli orli degli abiti, i sarmenti nascosti sotto le ampie gonne di allora. Le talee erano celate sul fondo dei bagagli, avvolte in sacchi di iuta ed infilate dentro alle patate per non farle seccare. C’è chi ha pensato di costruire, coi sarmenti della vite, gabbie per i polli, contando sul fatto che i doganieri si sarebbero concentrati sul contenuto e non sul contenitore.

Le storie di emigrazione viticola sono tantissime. Molte di quelle che racconto le ho trovate negli articoli e nei libri di Flavia Cristaldi e degli altri autori, citati in fondo, che vi invito a leggere per intero. Alcune delle storie che riporto sono grandiose, altre piccole, alcune sono continuate nel tempo, altre sono finite purtroppo presto.

Iniziamo però a capire perché partirono.

 

L’insetto che sconvolse la vita di migliaia di vignaioli

Phylloxera x 2 typesLe malattie e le avversità agricole hanno segnato spesso la storia dell’umanità. Nei secoli hanno causato carestie, morti, crolli di imperi, migrazioni di massa… Questo articolo di Silvia Kuna Ballero ne fa un elenco significativo: “Le malattie delle piante che hanno scritto la storia umana”.

Nell’Ottocento, i traffici di merci e persone si erano  intensificati come non mai. Tutti questi movimenti portarono ad una notevole circolazione di fitopatologie, con conseguenze a volte devastanti. L’esempio più eclatante è stata la grande carestia irlandese, causata dalla peronospora della patata, oltre che dalle scellerate politiche inglesi. Morirono oltre un milione di persone e almeno due milioni dovettero migrare altrove.

La vita dei contadini italiani dell’Ottocento e dell’inizio del Novecento già non era rose e fiori: spesso e volentieri era al limite della sopravvivenza. Bastava poco per sbilanciare questo fragile equilibrio, portando intere famiglie alla disperazione: l’arrivo di un’alluvione, di una siccità prolungata, malattie che colpivano piante o animali, … L’arrivo di nuove e devastanti malattie della vite diede il colpo di grazia a molte di queste esistenze precarie.

Il primo problema della viticoltura ci fu intorno a metà Ottocento, causato dell’oidio, una malattia fungina arrivata dall’America. Causò danni economici ed alcune migrazioni, ma la soluzione fu trovata abbastanza rapidamente, grazie allo zolfo. La fillossera arrivò più tardi, nella seconda metà del secolo, e fu la causa principale della distruzione delle vigne e di migrazioni di massa. Potete trovare i miei approfondimenti sull’argomento qui, qui, qui, qui e qui, dove racconto come venne scoperta la malattia, le difficoltà, le polemiche e la difficile strada per trovare una soluzione.

In breve, questo parassita attacca principalmente le radici e porta alla morte la vite europea (Vitis vinifera L.). Devastò prima la Francia, poi tutto il continente europeo ed il resto del mondo, ovunque (o quasi) ci fosse una vigna. Ci vollero circa trent’anni per capire come risolvere il problema e molti altri per uscirne. La soluzione venne dall’idea geniale di innestare la pregiata vite europea su radici di vite americana, naturalmente resistente al parassita.

Questo però significò ripiantare da capo tutte le vigne, con interventi economoci importanti, con la perdita irrecuperabile di viti centenarie e di chissà quante varietà antiche minori. Molti vignaioli non ce la fecero a reggere la crisi. Molti non ebbero neppure la possibilità economica di ricostruire le proprie vigne. Ci fu chi si trasferì nelle città, andando ad infoltire il proletariato urbano. Altri dovettero migrare più lontano.

Ho cercato dei dati complessivi sulle implicazioni della fillossera sulla migrazione italiana ma, per ora, ho trovato solo storie di singoli territori.

La crisi della fillossera colpì duramente anche perchè nel XIX sec. la viticoltura in Europa si era espansa come non mai. Stava diventando, in modo sempre più diffuso, un settore economico importante. L’arrivo stesso della fillossera in Francia, la prima nazione a subire l’invasione del parassita, spinse altri territori ad incrementare le proprie vigne per sfruttare il momento di crisi del vino francese. Ad esempio, in Puglia ed in Sicilia ci fu una vera e propria corsa all’impianto, con l’eliminazione della maggior parte del grano. L’isola di Salina, nel 1880, basava quasi tutta la sua economia sul vino, con l’esportazione di 26.000 ettolitri all’anno. Tuttavia, la fillossera arrivò inesorabilmente anche in queste terre, che ormai dipendevano quasi esclusivamente dal vino per vivere. Migliaia di persone furono gettate sul lastrico e molte furono costrette a migrare. Nel 1895 la fillossera aveva distrutto in Sicilia quasi centomila ettari di vigneto. Nel 1904 risulteranno distrutti altri 230 mila ettari, che verranno riconvertiti per buona parte a colture granifere. Le isole Eolie furono praticamente spopolate: dal 1891 al 1914 si conta che partirono quasi diecimila persone.

I fenomeni di spopolamento sono sicuramente più eclatanti in territorio isolati, come isole o vallate. Un esempio più vicino a noi è rappresentato dall’isola d’Elba. Nell’Ottocento il vino era uno dei settori trainanti dell’economia locale. L’oidio causò una prima crisi ed un’ondata migratoria fra il 1850 e il 1860. Negli anni ’70 la produzione vinicola non si era solo ripresa, ma aveva anche superato quella precedente. Negli anni ’90 però la fillossera fece stragi, costringendo ad una partenza di massa della popolazione, soprattutto verso l’Australia ed il Sud America. La viticoltura, più tardi, ripartì di nuovo, ma non è più riuscita a tornare ai tempi d’oro d’allora.

Per quanto riguarda il nostro territorio, l’attuale Bolgheri DOC, Mauro Agnoletti (Università di Firenze) cita la fillossera fra le principali cause che portarono all’arresto e alla progressiva diminuzione della viticoltura a Castagneto e Bolgheri nel corso del primo Novecento, dopo il boom ottocentesco. In questo periodo la campagna verrà dedicata sempre più all’orto-frutta, ai cereali e soprattutto all’olivo, che si diffuse allora in monocultura in tutta la provincia di Livorno, con un incremento del 300%. Le vigne torneranno a crescere solo dagli anni ’60, ancor di più negli anni ’80 -’90 e negli ultimi decenni.

Abbiamo capito perché molti vignaioli partirono. Vediamo ora alcune storie di dove sono andati.

 

Trentini in Bosnia, fra vino e religione.

La migrazione in Bosnia è poco conosciuta anche perchè di piccola entità. Il Trentino, all’epoca ancora sotto l’Impero Austro-ungarico, fu devastato dalla fillossera e dalle malattie del baco da seta. A peggiorare la situazione ci furono due alluvioni, nel 1882 e nel 1883. Moltissimi contadini partirono per le Americhe, ma una parte di questa migrazione fu indirizzata dalle autorità austriache verso l’attuale Bosnia Erzegovina, appena entrata a far parte dell’Impero (nel 1878), dopo che era stata dominio turco. Era una strategia etnica: volevano creare insediamenti cattolici in aree fino ad allora musulmane. Così, fra il 1874 e il 1914, alcune famiglie trentine della Valsugana e della Valle dell’Adige furono spinte verso i Balcani.

I Trentini ebbero la possibilità di scegliersi le zone più adatte alle loro necessità, con l’invio di esploratori (Augusto Parotto di Villa Agnedo, Giuseppe Martinelli di Aldeno e Domenico Clazzer di Roncegno). Trovarono terreni adatti alla viticoltura e al granoturco vicino a Mahovljani. Qui avviarono una fiorente attività viticola, che divenne famosa nella regione.

Purtroppo la piccola avventura finì male. Nel 1934 giunse anche lì la fillossera e distrusse tutto quello che era stato realizzato. I vignaioli non ce la fecero a ricominciare e furono costretti a cercarsi altri lavori. Molti se ne andarono, per tornare in quella che era diventata nel frattempo la loro nuova patria, l’Italia. Il governo fascista indirizzò molti di essi verso le nuove terre della bonifica in Lazio, dove ricominciarono col lavoro inscritto nel loro DNA: piantare viti.

 

Napoletani, siciliani (e polli) in Nord d’Africa

La-Vendemmia-a-Pantelleria-viticoltura-eroica-ma-appassionata da la Gazzetta del GustoIn Nord Africa anticamente c’era stata la viticoltura, sviluppata dai Romani. Era poi praticamente sparita per via dei divieti islamici al consumo di vino. Vi fu riportata dai francesi, che la espansero soprattutto dopo la crisi della fillossera in patria. In Algeria, diverse di queste vigne furono affidate agli esperti migranti napoletani.

In Tunisia arrivarono invece i siciliani, molti da Pantelleria (nella foto), distante solo 70 Km. I Francesi avevano imposto il divieto d’importare vitigni stranieri, ma i siciliani non ne vollero sapere di coltivare altro che le varietà della loro tradizione. Le importarono illegalmente, ingannando i gendarmi usando i tralci di vite per realizzare gabbie per i polli. Portarono soprattutto lo Zibibbo e crearono un’ampia zona viticola nel nord della Tunisia, dove il paesaggio fu modellato come un piccolo pezzo di Sicilia. Uno dei centri più prosperi fu quello di Bou-Ficha, dove le brezze marine stemperavano il terribile caldo africano. Le vigne erano fatte di viti ad alberello, spesso dentro le buche per proteggerle dal vento e dal caldo. Sui terreni scoscesi realizzarono terrazzamenti con muretti a secco, diffondendo nella regione questa nostra cultura millenaria. Nel 1964, pochi anni dopo l’indipendenza della Tunisia (avvenuta nel 1956), il governo decise di nazionalizzare le terre degli stranieri, costringendo gli immigrati ad andarsene. Molti italiani partirono per la Francia, diversi tornarono in patria dove ricominciarono a fare viticoltura, soprattutto nell’Agro Pontino.

La colonizzazione italiana della Libia non è qualcosa di onorevole da ricordare. Comunque, convinse alcuni disperati a partire per cercare fortuna altrove. Nel 1932, ogni podere da affidare ad un colono, nella Cirenaica e in Tripolitania, comprendeva anche 2 ettari di vigneto. Furono portati diversi vitigni del sud e delle isole, come il Catarratto, l’Inzolia, il Nerello ed il Bombino. Tutto finì con l’abbandono delle colonie.

 

Piemontesi in Sudafrica.

Questa storia è forse la meno conosciuta e la più antica fra quelle che racconto. Riguarda la viticoltura in Sud Africa,  che era iniziata a metà del Seicento con la colonizzazione olandese, con risultati non proprio esaltanti. Ad un certo punto, però, lo sviluppo vinicolo della colonia trasse vantaggio da un importante evento politico che sconquassò l’Europa. Il 18 ottobre 1685 il re francese Luigi XIV revocò l’Editto di Nantes, proibendo il culto evangelico in Francia e scatenando persecuzioni ed esodi di massa. Luigi spinse in questa direzione anche il vicino Duca Vittorio Amedeo di Savoia, andando a colpire soprattutto la comunità valdese del Piemonte.

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L’esodo dei Valdesi in un’illustrazione dell’epoca

Le valli piemontesi divennero luoghi di massacri e persecuzioni. I fuggitivi, con gli ugonotti francesi, cercarono rifugio in zone  di Europa più tolleranti, fra cui i Paesi Bassi. Il governo olandese cercò però di ridurre il numero dei profughi sul proprio territorio dirottandoli verso la colonia sudafricana. Avevano anche capito il valore del patrimonio di conoscenze che quei contadini portavano con sé. Simon van Der Stel, Governatore dell’epoca della colonia, scriveva al Consiglio Olandese:«Riteniamo di incontrare tra i rifugiati francesi e piemontesi che verranno, uomini esperti nella coltivazione della vite e dell’ulivo, che istruiranno i vecchi coloni che ignorano del tutto questa coltura».

Molti si rifiutarono di partire. Aspettarono in Germania il cambiamento politico e fecero ritorno nelle loro valli. Altri invece partirono per il Sudafrica, mescolati agli Ugonotti. L’arrivo dei francesi e dei piemontesi fece cambiare il passo allo sviluppo viticolo della colonia. Furono concentrati nella valle del Drakenstein e nei pressi di Stellenbosch. Gli furono date in concessione fattorie e terreni, in un programma organizzato di espansione agricola. Poi, se ne perdono le tracce, perché furono costretti ad assimilarsi alla cultura locale, obbligati anche a cambiare cognome: Botta divenne Botha, Lombardo divenne Lombard o Luumbard, Jourdan divenne Jordaan o Jordan, ecc.

Secoli più tardi, altri italiani arriveranno con le migrazioni dell’Otto-Novecento. Non saranno molti, ma alcuni saranno decisivi per le trasformazioni del vino sudafricano. Il piemontese Michele Angiolo Zoccola arrivò a Johannesburg dall’Inghilterra nel 1888, come immigrato di successo. Acquistò il Gran National Hotel e una fattoria di 1600 ettari, che chiamò Lombardy Estate (oggi Wynberg). Fu il primo a impiantare viti nel Transvaal, che fino ad allora era ritenuto inadatto, con grandi risultati.

Il toscano Francesco Eschini, originario di Pontremoli, arrivò a Città del Capo dall’Argentina, fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Iniziò con la gestione di una pensione e capì che nella produzione sudafricana di allora mancava un vino semplice, da pasto. Iniziò la produzione in collaborazione con un possidente locale, poi creò la sua azienda, Bellville Winery, influenzando con le sue scelte la produzione nazionale, che in quel momento si stava trasformando dopo le distruzioni della fillossera.

Più recentemente, l’enologo friulano Giorgio della Cia si trasferì negli anni ’70 del Novecento ed introdusse i tagli bordolesi ed i lunghi invecchiamenti, contribuendo ancora una volta alla trasformazione della produzione vinicola del Sudafrica.

 

Vignaioli e platani italiani in Brasile

igneti realizzati da immigati italiani sulla Linha Leopoldina, Vale dos Vinhedos, Bento Gonçalves, Brasile, 1941 (Archivio di Pedro Carraro)

Vigneti realizzati da immigati italiani sulla Linha Leopoldina, Vale dos Vinhedos, Bento Gonçalves, Brasile, 1941 (Archivio di Pedro Carraro)

A fine Ottocento il governo brasiliano, con la fine della schiavitù, cercò di attirare emigranti europei per far avanzare la colonizzazione del paese. La ricerca si basò su principi di scelta razzista: non riuscendo ad attirare più di tanto gli immigrati nord europei, ripiegarono sul nord Italia. Furono mandati emissari nelle valli lombarde, trentine e venete con la promessa di un viaggio pagato e terre che si sarebbero potute riscattare dopo pochi anni.

Molti dei nostri immigrati contadini si stanziarono nel sud del Brasile, dove, con poco o nulla, iniziariano ad impiantare le vigne ed altre coltivazioni. All’inizio producevano in situazioni veramente estreme: c’era chi vinificava nelle vasche da bagno. Nello Stato del Rio Grande do Sul nacquero villaggi con toponimi italiani, come Nova Bassano, Nova Brescia, Nova Milano, Nova Roma do Sul, São João do Põlesine, Vale Vêneto, ecc.  Poi furono costretti a cambiarli con nomi più brasiliani.

L’inizio fu difficile e, oltre tutto, anche qui la fillossera arrivò e distrusse le nuove vigne appena fatte ma questo non bloccò i vignaioli. Con l’introduzione della vite innestata, si riuscì a superare questo problema e le vigne poterono prosperare. La viticoltura fu anche estesa anche ad altre zone, come allo Stato di Santa Catarina e nella valle del São Françisco. Col tempo questa produzione, inizialmente molto povera, si affinò, furono importati strumenti e macchinari dall’Italia, le vigne si ingrandirono. Sono poi arrivati enologi e tecnici italiani, … Viceversa i giovani del luogo sono venuti a studiare in Italia, come il caso dei discendenti di immigrati trentini, che hanno mandato i figli a studiare alla scuola enologica di San Michele all’Adige.vale dos vinhedos

Molti di questi immigrati arrivavano dal Nord Italia, per cui realizzarono le vigne col sistema delle loro cultura viticola, soprattutto basata sui tutori vivi, cioè la vite alberata (la vite “maritata” all’albero di antica tradizione etrusca e romana, vedete qui), sistemi a pergola e a tendone. Non usarono però alberi autoctoni e, come sostegni per la vite, fecero venire dall’Italia i platani (Platanus acerifoglia L.), essenza che non era presente in Brasile. Ancora oggi, in certe zone vinicole brasiliane, si possono vedere filari di vecchi platani che affiancano le vigne moderne (nella foto, la Vale dos Vinhedos). Sono i resti viventi di questa vecchia migrazione di uomini e piante.

 

I Rey del Vino veneti in Argentina.

La dinamica iniziale fu simile al Brasile, ma il governo argentino cercò subito gli immigrati italiani e spagnoli, perché voleva mantenere affinità culturale per i nuovi arrivati. I viticoltori italiani, soprattutto di origine veneta, si stabilirono inizialmente nella provincia centro-occidentale di Mendoza. Grazie a loro la produzione di vino diventerà uno dei pilastri economici della regione. Due veneti, in particolare, Antonio Tomba e Giovanni Giol, partirono dal niente e crearono aziende vinicole così grandi ed importanti da venire proclamati dai presidenti argentini “Rey del Vino“, Re del Vino.

immigranti italiani in argentinaAntonio Tomba era di Valdagno (Vicenza). A 17 anni era scappato di casa e si era unito ai garibaldini. Arrivò in Argentina nel 1873 e, dopo essersi arrangiato con diversi lavori a Buenos Aires, si spostò nella provincia di Mendoza e qui aprì un emporio. L’attività commerciale ebbe successo, sposò una ragazza che era figlia di proprietari terrieri ed iniziò a piantare vigne. Creò così la sua Bodega (azienda viti-vinicola) che a fine secolo era la più grande d’America. Fece scalpore il suo “vinodotto”, un sistema di tubi e pompe che dalla cantina portava il vino direttamente alla stazione ferroviaria, per riempire le cisterne sui vagoni. Nel 1899, a cinquant’anni ed ormai malato, volle tornare a casa, ma morì sul transatlantico, in mezzo all’oceano.

Giovanni Giol era partito per l’Argentina senza niente a vent’anni, nel 1886. Anche lui arrivò a Buenos Aires e cercò di arrangiarsi. Poi iniziò a seguire la costruzione delle linee ferroviarie verso l’interno del paese, vendendo vino ai lavoratori italiani, con la damigiana caricata su una carriola. Gli affari andarono bene e nel 1887 poté affittare una vigna a Mendoza e iniziò a produrre il vino da sé. L’attività crebbe, nacque la sua prima Bodega, che poi crebbe ancora. Ad inizio ‘900 Giovanni Giol aveva un impero di 750 ha di vigne, oltre il vino che comperava. Nel 1912, giunto alla mezza età, volle tornare a casa e lo fece da immigrato di successo. Poté comperare vaste proprietà nella sua terra natia e continuò la sua attività di produttore di vino.

Questi sono solo i due esempi più folgoranti dei molti migranti italiani che contribuirono a fare della provincia di Mendoza una piccola eden dorata del vino. A metà ottocento la provincia contava circa 500 ettari di vigne, all’inizio del Novecento erano diventati oltre dodicimila, negli anni ’30 oltre trentamila. Il successo diede un po’ alla testa: ad inizio Novecento, il municipio acquistò i cancelli per il parco cittadino a Parigi, uguali a quelli di Versailles. Il noto agronomo italiano Dalmasso, in visita in Argentina in quegli anni, scrisse: “Parlare di bodegas grandiose non è davvero esagerato. Là veramente, più che grandioso, si può dire che tutto è colossale”.

 

Il sogno americano in una botte di vino.

Fra gli italiani che giunsero negli USA, quelli che arrivano in California furono fra i più fortunati, pur con mille difficoltà. L’ondata più consistente ci fu dal 1850 al 1924, composta soprattutto da liguri, toscani, siciliani, calabresi e piemontesi. Trovarono una terra dal clima molto simile alla loro patria e molti di essi poterono continuare il loro lavoro di contadini e di viticoltori. Non fu semplice: dovettero scontrarsi con forti pregiudizi razziali ed il Proibizionismo, ma diversi riuscirono ad imporsi, contribuendo a creare in California un settore viti-vinicolo fiorente.

33415889581_32d0eaed32_bNella “Raccolta dei Rapporti sull’emigrazione e colonie”  del governo italiano del 1909, si legge che in California c’erano dai 6 mila ai 7 mila piccoli agricoltori italiani, sparsi nelle diverse contee, soprattutto intorno a San Francisco. Coltivavano con successo soprattutto frutta, cereali ed ortaggi, a Sonoma la vite. Negli anni ’60 le famiglie di origine italiana detenevano il 50% delle aziende vitivinicole californiane (oggi il 15%). Non a caso nacquero cittadine e località dai nomi evocativi, come Asti o Chianti.

Nel 1907 l’azienda Italian-Swiss Colony, proprietà di immigrati piemontesi, donò un terreno al vescovo di San Francisco. Lì, gli stessi viticoltori costruirono la chiesa della Madonna del Carmelo (Our Lady of Mount Carmel), usando il legno delle loro botti. La chiesa stessa fu realizzata a forma di una (mezza) grande botte di vino.

 

 

Bibliografia:

“L’emigrazione italiana in un bicchier di vino. Tra viti, vini e culture”. Autori: Flavia Cristaldi, Sandra Leonardi, Delfina Licata  Edizioni Nuova Cultura, 2015

“E andaron per mar a piantar vigneti. Gli Italiani nel Rio Grande do Sul”. Flavia Cristaldi, Tau Editrice, 2015.

“Storia del contributo italiano alla viticoltura sudafricana dalle origini alla contemporaneità”, Claudio Sessa, Diacronie Studi di Storia Contemporanea, n.30, 2, 2017

“I viticoltori italiani: una emigrazione ad alta qualificazione?” Flavia Cristaldi, Rapporto italiani nel Mondo, 2015

https://www.isoladelba.online/storia/elba_da_toscana_a_italiana.asp

https://www.lipari.biz/notizia.asp?idnews=23303

“Storia dell’emigrazione Italiana – Partenze”. A cura di Piero Bevilacqua, A. de Clementi, E. Franzina, Donzelli Editore, 2001.

“L’invasione silenziosa: storia della fillossera nella Sicilia dell’Ottocento”. Salvatore Costanza, Torri del Vento Edizioni, 2015

“L’Italia al di fuori dell’Italia: un altro sguardo sulla viticoltura italiana e le sue ripercussioni in Brasile”. Shana Sabbado Flores, Vagner Da Silva Machado, Vander Valduga and Rosa Maria Vieira Medeiros. Territoires du Vin, 6-2014

“Il contributo dei Veneti allo sviluppo della vitivinicoltura in Argentina e in Brasile”. Rivista La Vigna, n.24, 2014.

“Il paesaggio come risorsa – Castagneto negli ultimi due secoli”, Mauro Agnoletti, Edizioni ETS, 2009.

“Il ruolo del vigneto nel paesaggio di Castagneto Carducci fra Ottocento e l’attualità”, M. Agnoletti e S. Paletti, in “Paesaggio rurale e sostenibilità. Studi e Progetti” allegato n.15 di Architettura del Paesaggio, ed. Paysage.

 

 

 

annalisa motta
annalisa motta
Biologa specializzata in biologia vegetale, da oltre vent’anni sono vignaiola a Guado al Melo, a Bolgheri (Toscana), con mio marito, dove produciamo vino territoriale ed artigianale, in modo sostenibile. Il vino per me è una passione trasversale: lo si capisce veramente solo mettendo insieme scienza, natura e cultura. In origin a plant biologist, from over 20 years I am a winemaker at Guado al Melo, in the Bolgheri DOC (Tuscany), with my husband, where we produce terroir-expressive and artisan wines, following a sustainable philosophy. Into the wine I have found all my different passions: in fact, we can understand it only by combining together science, nature and culture.

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